L’eccesso di delega è lettera morta.

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Si fa un gran parlare della Brexit in Gran Bretagna. Si fa un gran parlare di Trump e della sua vittoria, a detta di molti, inaspettata.
Si fa un gran parlare del referendum costituzionale del 4 dicembre qui da noi in Italia, che dovrebbe essere un Renzi si’, Renzi no. Non mi piace parlare di “massimi sistemi”, quello lo lasciamo fare all’accademico che, come mi diceva sempre il mio Professore all’Università, e’ talmente accademico che parla più con i libri che con le persone in carne ed ossa.
O ai cosiddetti “influencers” che, invece, parlano più con il loro computer che con le persone normali.
O, ancora, ci sono infine, le cosiddette “èlite”: quelle che parlano solo a loro stesse e, talvolta, ai loro simili: di casta, solitamente, e figuriamoci se hanno voglia di parlare e discutere con le persone normali.
Oggi anche il giornalista diventa vittima di questo cortocircuito: intervista l’accademico, l’influencer e quello dell’élite, lasciando come semplice “rumore di fondo” alle sue inchieste proprio le persone normali, il vero termometro della società attuale.
Per questo l’approccio dovrebbe essere rivoluzionato, sono proprio le persone comuni che hanno il polso di come vadano realmente le cose: facendo  la coda alle Poste,  vedendo  cartelle esattoriali impazzite, non trovando un lavoro decente per i loro figli, dopo che per anni gli hanno pagato gli studi.
E poi,  pagare  le tasse con regolarità e vedere che la sanità pubblica pare sempre più privata e le attese In un pronto soccorso sono sempre più lunghe.
Di certo, i cittadini americani dell’Ohio piuttosto che del Wisconsin, le cosiddette persone normali avrebbero potuto far comprendere a tutti come Trump si avviava agevolmente verso la vittoria.
Credete che nella città di Londra abbia vinto il sì, alla Brexit?
L’uscita dalla Brexit l’ha decisa la periferia.
I cittadini lontani dalle grandi città, dai grandi centro economici e finanziari che non hanno mai visto i grandi vantaggi di una Europa unita.
Che si sentivano ancora più poveri di prima, pur non essendo mai stati ricchi perché non si aspettavano, paradossalmente, di poter diventare ancora più poveri, dopo aver sognato un futuro diverso, più prospero.
È quanto non comprende la politica dei salotti, lontana dalle persone e dalla quotidianità, che crede di trovare soluzioni, distante anni luce dalle vite di ognuno di noi e dalle difficoltà quotidiane che si affrontano.
E in Italia, invece?
C’è un reale rischio di delega, da parte nostra, per poi accorgersi di ricevere nulla con tutte le nostre raccomandazioni che rimangono spesso lettera morta.
Cosi’ un referendum costituzionale mi pare limitativo rappresentarlo come un indice di gradimento su Renzi.
Così come registro una reale difficoltà su che cosa si intenda per riforma costituzionale e della stessa proposta che è stata formulata. Si conosce poco l’argomento.
Quelli che chiedono un Si’, lo fanno per dire che tutto cambierà per il meglio.
Quelli che dicono No, lo fanno per dire che tutto sarà peggiore.
E nessuno che entri nel merito della questione, delle questioni.
Tu cosa voti, spesso mi sento dire.
Ed io, rispondo più o meno così: “Leggi e studia, approfondisci il tutto e fatti una tua idea. Sei Renziano  e lui ti chiede di votare Sì? Non fa nulla e decidi comunque con la tua testa, che sia un Si’ o un  No. Altrimenti poi non lamentarti, se le cose le subisci e non ti piacciono così come vanno.”
Chissà gli accademici, le élite e gli influencers che previsioni hanno in mente per il referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre.
Voi non ascoltateli, dopo esservi fatti una vostra opinione, parlatene con amici e con NOI persone normali e sono sicuro che capirete da lì chi vincerà davvero.

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Vi aspetto.

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“Di Tanto Amore” Non è un romanzo autobiografico, ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale.

Lo dico ai molti che mi chiedono, anche se il personaggio di Zia Anna, scomparsa solo un anno fa è tremendamente vero, ed ancora vivido nella mia memoria.

C’è spazio per Lei, che meritava un angolo del mio libro, dei miei ricordi, per l’affetto che provavo per Lei e per la sofferenza che la sua dipartita inaspettata mi ha causato durante questo ultimo anno.

Ancora adesso non mi sembra possa essere accaduto davvero.

Per il resto, come Autore, ho lavorato di: fantasia, immaginazione e sogni.

Sicuramente il mio più grande è stato quello di vivere come lui, Edoardo, il protagonista del mio primo Romanzo: tra New York, Parigi e Milano.

Ho viaggiato moltissimo nella mia vita, ma sono nato e cresciuto a Gallarate.

La presentazione del Romanzo sarà proprio nella Città dove sono nato e cresciuto, il luogo dove sono sempre tornato dai miei tanti viaggi e dalle innumerevoli esperienze di vita che ho fatto in giro per le città più belle del mondo.

E’ stata la città dei miei primi ( quasi ) 40 anni di vita. Lo sarà ancora? Chissà…

Comunque Vi aspetto, alla Vineria “saditappo” in Via Postporta a ( manco a dirlo ) Gallarate il prossimo 13 ottobre dalle 20.30.

Grazie a chi ci sarà, a chi vorrebbe esserci ma non potrà presenziare e anche a chi, non frega una beata “fava” del mio Romanzo, della presentazione di codesto Libro, così come direbbero i personaggi di “Amici miei” che tanto amo.

A bientôt

 

 

 

 

 

 

Il Viaggio.

Forse il più grande errore da parte mia è stato quello di capirlo tardi. Ma come ti insegnano da sempre: “Meglio tardi che mai”.

Hai voglia di partire, di lasciarti per un momento tutto alle spalle e di abbracciare quello che ti aspetta.

Il nuovo, il diverso, lo sconosciuto.

Pronto a riconoscerlo come qualcosa che cercavi da sempre: vivendolo con occhi nuovi, rinnovati da tante esperienze passate che ti hanno segnato, scalfito e perché no, talvolta affossato.

Gli stessi occhi che hanno saputo leggere tutte le situazioni.

E questo tuo viaggio hai solo voglia di viverlo da solo, per arricchirti come piace a te, come vuoi te, con quel sano egoismo che spesso, anche se in molti potrebbero pensare il contrario, non ho fatto vincere proprio quando sarebbe davvero servito.

Vi lascio con quello che un Vecchio saggio disse a Tiziano Terzani sull’Himalaya.

“Il vero guru è quello che sta dentro di te, qui. Tutto è qui. Non cercare fuori di te. Tutto quello che potrai trovare fuori è per sua natura mutevole, impermalente. La sola stabilità che può aiutarti davvero è quella interiore”.

Inutile dire che partirò con la trilogia del grande giornalista nel mio bagaglio: “Un indovino mi disse” – “Un altro giro di giostra” e ” La fine è il mio inizio”.

 

 

Ciao Antonio.

E così Antonio mi fai ricordare quei bei tempi spensierati, quelli delle gite a San Nicolò, il piccolo paese attaccato a Piacenza dove avevi la tua pizzeria in cui Pippo Inzaghi, giovane campione in erba, si gustava le tue pizze, made in Costiera amalfitana.

Marito e padre di due figlie femmine, adoravo il tuo entusiasmo e la tua generosità. Amico della tua figlia più grande, non esitavi un solo istante a spalancarmi le porte di casa tua per accogliermi senza farmi mai sentire come un semplice ospite, ma come uno di famiglia.

Mi ricorderò sempre le partite della Salernitana, di cui eri grandissimo tifoso, che guardavamo insieme: a partire da quel 5-0 che il Piacenza ci rifilò al vecchio “Garilli”, in cui segnò anche Pippo Inzaghi.

Nella curva della Salernitana mi intimavi di sforzarmi a parlare in dialetto visto che la mia “parlata nordica” mi aveva portato ad avere diversi sguardi minacciosi da parte dei nostri stessi tifosi.

“Appena puoi parla in dialetto, Herman!”

Quando decidesti di lasciare San Nicolò piacentino per ritornare a vivere nella tua Maiori, in Costiera amalfitana, per aprire una tabaccheria, questo ci consentì di vedere ancor più da vicino la “nostra” Salernitana allo Stadio Arechi nella grande cavalcata che portò i nostri beniamini, guidati da Delio Rossi, fino alla Serie A.

Non dimenticherò mai la tua simpatia ed il tuo entusiasmo e la capacità, tutta “made in sud” di ridere di ogni episodio che potesse capitare alle nostre esistenze.

Come quella volta che ospite a casa vostra, rimasi chiuso nella doccia senza riuscire ad aprire la porta, rimanendo dentro, intrappolato e, come raccontavi sempre tu, ridendo a crepapelle con gli amici con cui ogni volta ricordavi l’episodio, affermando: “Herman era nudo come un verme dentro alla doccia senza sapere come uscire”.

La stessa porta che dall’interno, non voleva saperne di aprirsi e così, decisi di scavalcare il box, di indossare un accappatoio e di venire a segnalarvi, disperato, il guasto tecnico all’apertura della vostra doccia.

Mariella, la mia amica, la tua figlia maggiore, accorsa insieme a te, con un semplice tocco invece l’aprì con una  naturalezza disarmante che ci fece ridere per circa due ore.

Senza dimenticare che quell’episodio lo raccontavi a chiunque ogni volta che mi vedevi, ridendo divertito come se rivivessi la scena in quello stesso momento.

Mi mancherai Antonio, ma mancherai  ad ognuno di noi che come me, ha avuto la fortuna di conoscerti e di vivere con te esperienze uniche venendo trascinati dal tuo entusiasmo contagioso.

Che la terra ti sia lieve, RIP.

Con affetto,

Norman

 

 

 

L’indifferenza complice

Sappiamo bene che sono tempi difficili: frenetici, pieni di notizie spesso tragiche e che, purtroppo, si susseguono quasi a ritmo incessante, ma due episodi mi hanno colpito particolarmente nella loro triste e comune dinamica.

Non parlo di tutti gli attentati terroristici che in questi ultimi tempi hanno insanguinato Parigi, Bruxelles, Istanbul, Dacca oppure Nizza con la sua strage di vittime innocenti tra cui tantissimi, troppi bambini perché davvero come tutti, ho il cuore straziato e ho sentito tante di quelle castronerie su soluzioni che in tanti, autoproclamandosi come nuovi condottieri 2.0, avrebbero in mente per risolvere una volta per tutte la piaga del terrorismo.

Nel 2001 si chiamava Al Qaeda, con Osama Bin Laden, poi il Mullah Omar, poi Gheddafi e poi oggi l’IS, cambia il nome ma la matrice rimane sempre quella del terrorismo.

Gli stessi che dopo l’11 settembre prospettavano soluzioni drastiche, le stesse che (ri)propongono 15 anni dopo, segnalo con umiltà e per dovere di cronaca, che il terrorismo non è stato ancora debellato. E voi ancora a (ri)affermare le stesse banalità che in modalità copia ed incolla proponevate gia quindici anni fa? Cialtroni, ecco cosa siete.

In realtà riporterei per un attimo, il tempo di questo post, l’attenzione all’interno dei nostri confini nazionali.

Primo episodio:

L’ennesimo femminicidio, questa volta a Roma e a fine maggio in una strada periferica dove l’ex fidanzato Vincenzo dopo una lite, uccide Sara e non vi voglio ricordare in che maniera bestiale lo abbia fatto.

Le auto passano, vedono la scena e nessuna di queste si ferma a prestare soccorso o, almeno,  a chiamare le forze dell’ordine per denunciare ciò che stava succedendo dinanzi ai loro occhi.

INDIFFERENZA.

Secondo episodio:

Fuori da una discoteca di San Teodoro in Sardegna, un ragazzo disabile viene picchiato da una sottospecie di essere umano giusto per il gusto di farlo, nell’indifferenza generale. Solo una ragazza tenta di dire, basta.

Gli altri guardano in silenzio, indifferenti, complici e passivi.

Solo quello che adesso dovremmo ringraziare perché ha filmato la scena pare abbia compiuto un gesto utile a smascherare il vile aggressore.

In realtà, invece di filmare ha compiuto il vorrei ma non posso. Ma tanto poi lo posto.

Non so davvero come considerare questa cieca indifferenza che fa andare avanti le nostre esistenze, fregandosene del prossimo e con il principio sempre valido: “Niente ho visto, niente so”.

Queste persone silenti, indifferenti sono state complici in parte di un assassinio e di una vile aggressione, non saranno mai condannati da un tribunale come è giusto che sia, ma una condanna morale ed etica sul principio che occorra urlare davanti a soprusi, barbarie e non rimanere in silenzio ed indifferenti bisogna riaffermarlo perché altrimenti la nostra società ha perso ogni speranza.

 

 

 

Testa dritta

“La vera misura di un uomo la si vede da come questo tratta una persona dalla quale non potrà ottenere nulla in cambio”.  Samuel Johnson

Vivo male questi tempi moderni.

Vedo in giro troppi personaggi omologati, privi di personalità, stereotipati, in fin dei conti vedo una gran massa di pecoroni.

Fa troppa paura, dire qualcosa di diverso, originale, di pensato, di proprio.

Meglio recitare la propria parte che ci hanno dettato, ripeterla a memoria con convinzione e, finanche con un ipocrita entusiasmo e non pensarci su, tanto fanno tutti così, no?

Basta un poco di zucchero e la pillola va giù diceva Mary Poppins ai bambini.

Così pensiamo noi, mandiamo giù questo amaro calice e non pensiamoci.

Tutti attenti a dire le stesse frasi, che mostrare di avere un cervello non stereotipato fa troppa paura a questa società appiattita su se stessa ogni giorno di più.

Come se uscire dal seminato fosse un delitto mostruoso di cui vergognarsi, meglio tutti coperti ed allineati.

Mi mancano i personaggi che c’erano negli anni ’70 forse perché usciti da un’altra epoca, sembrano passati secoli da allora eppure in pochi anni siamo diventati tanti moderni zombie di cui spesso ho più paura che di quelli, spesso confinati ai margini, considerati pazzi, forse perché diversi e che si sono rifiutati con coraggio di non allinearsi alla massa.

 

 

 

 

 

 

Lavorare per vivere o vivere per lavorare?

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“L’importante è che ci sia il lavoro” la frase che viene ripetuta continuamente dagli anziani ai giovani mi fa sorridere e riflettere allo stesso tempo.

Sorridere, perché ci stiamo rassegnando al fatto che il lavoro nella nostra vita sia tutto.

Riflettere, perché vedere tanti giovani senza un lavoro mi lascia davvero spiazzato.

In un’epoca di crisi economica ed occupazionale, dove numerosi guru dicono che quasi la totalità dei lavoratori tradizionali potrebbero essere sostituiti dal lavoro di macchine, algoritmi, extraterrestri etc, proviamo ad immaginare uno scenario ideale che nessun economista sano di mente sa che potrebbe mai rivelarsi: arrivare alla piena occupazione di tutta la forza lavoro.

Titolo a nove colonne sui quotidiani: “Non esiste più la disoccupazione in Italia. Presto anche in Europa e nel resto del mondo”.

Tutti avremo dunque un lavoro, ma proprio tutti, e così anche gli anziani seduti sulle panchine potranno dire soddisfatti ai giovani del Paese: “l’importante è che ci sia il lavoro. E tutti voi ne avete uno”.

Ora abbiamo finalmente tutti un lavoro per “poterci permettere una vita”.

Sì, ma la domanda è: “Quale sarà la qualità della mia vita?”.

Penso ai pendolari che ogni mattina riempiono treni che sembrano carri bestiame e così ogni sera finita la giornata di lavoro.

“Mi sveglio alle 6 del mattino, treno alle 7 alle 8,30 sono in ufficio fino alle 12,30. Pausa pranzo fino alle 14,00 e poi attacco nuovamente fino alle 18,00.

Poi di corsa, il treno per tornare a casa, non prima di aver sgominato sulla metropolitana, per arrivare a casa alle 20,00.

Preparo la cena e alle 22 mi addormento stravolto. Così tutti i giorni dal lunedì al venerdì.

Però sabato e domenica sono a casa”.

Quindi poi anche il sabato e domenica dopo aver litigato sui mezzi pubblici nei giorni feriali, sono gli stessi che lottano  nelle corsie dei supermercati nella giornata di sabato e che creano gli ingorghi in autostrada per fare la gita al lago di domenica.

“Schiavi moderni” di una società schizofrenica che detta ritmi e stili di vita che forse ci sono sfuggiti di mano.

Abbiamo un lavoro, ma la vita che sognavamo dove l’abbiamo lasciata?

Sacrificata sull’altare del lavoro che per fortuna ce l’abbiamo ma poi non abbiamo il tempo di vivere come vorremmo, con noi stessi, con le persone che amiamo, con i nostri figli.

Andrebbe ripensato un po’ tutto il “sistema”.

Con la giusta conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, asili nido nei luoghi di lavoro, possibilità di telelavoro in alcuni giorni della settimana e, ogni tanto, spegnere gli smartphone con gente che ti manda mail alle 20 di sera e se non gli rispondi ha pure di che lamentarsi.

In Francia esiste una Legge che se ti arriva una mail di lavoro dopo il tuo normale orario di lavoro non sei tenuto a rispondere se non il giorno dopo. E se te l’hanno scritta il venerdì sera alle 20, sei tenuto a rispondere il lunedì successivo all’inizio del tuo orario di lavoro.

Meditiamo su che tipo di lavoratori vogliamo essere e su che tipo di vita vogliamo condurre.

Per noi e per le future generazioni cui non stiamo lasciando granché.

 

 

 

 

Il club dei “fottuti”

“E’ la piramide rovesciata” così mi disse un passeggero durante la tratta Roma Milano, di ritorno da uno dei tanti viaggi che, per fortuna, mi è capitato di fare nella mia vita.

Visto il mio legittimo smarrimento a tale affermazione, il mio compagno di viaggio tentò di spiegarsi meglio: “Significa che se sei nato da metà degli anni Settanta in poi, sei praticamente fottuto”.

Intanto pensando alla mia carta di identità che diceva in maniera inequivocabile che facevo parte del “club dei fottuti” cercai di approfondire ulteriormente ciò che il mio “guru ad alta velocità” intendeva dire.

“Si tratta del rapporto inverso che intercorre oggi tra il tuo titolo di studio e la tipologia di lavoro che effettivamente svolgi”.

Ripensando alle tante storie di ragazze e ragazzi che dopo lauree e master ( spesso pagate dai genitori ) si sono ritrovati a fare lavori un po’ meno in linea con le aspettative dei neo laureati, cominciavo forse a comprendere, così lui, proseguì: “La differenza sta tutta qui. Prima se il tuo titolo di studio non contemplava laurea e master, c’era la concreta possibilità che tu potessi ambire a posizioni di vertice e professionalmente stimolanti. Oggi, con laurea e master ottieni sovente, se li trovi, lavori deprimenti e non in linea con il tuo percorso di studio: eccola la piramide rovesciata”.

“Spiattellata” così la cruda verità:.

“Nato prima degli anni settanta, basso titolo di studio, possibilità di carriera comunque medio alta. Nato dopo gli anni settanta, accontentati e ringrazia che hai un lavoro figlio mio”.

Lo guardai, cercando in lui una sorta di assenso.

Lui mi fissò sorridendo e disse: “E’ così, benvenuto nella generazione dei fottuti”.

 

 

Verità per Giulio Regeni

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foto tratta da Vanity Fair

Le notizie ormai sono diventate peggio dell’hamburger che mangiamo in un fast food: lo si (ap)prende, lo si mastica (amaro) e lo si dimentica presto.

Eppure c’è un ragazzo che ha perso la vita in maniera atroce non molto lontano da noi, in Egitto, a Il Cairo.

Si chiamava Giulio Regeni e, anche lui, non era un ragazzo qualsiasi.

Aveva solo 28 anni. A 17 anni era già studente nel New Mexico, per poi trasferirsi nel Regno Unito, dove era un brillante studente di Economia a Cambridge.

Ha raggiunto Il Cairo per il Dottorato di ricerca su cui stava lavorando.

Parlava l’inglese alla perfezione, lo spagnolo e l’arabo che voleva approfondire maggiormente attraverso la sua esperienza in Egitto. Grande appassionato di studi sul Medio Oriente, nel 2012 e nel 2013 aveva vinto due premi al Concorso internazionale intitolato “Europa e giovani”, promosso dall’Istituto regionale per gli Studi europei, l’Irse del Friuli Venezia Giulia.

In Egitto, nella Capitale, a Il Cairo seguiva la realtà e le attività dei sindacati indipendenti: realtà difficile, complessa e per certi versi, pericolosa.

Non è facile districarsi da studente straniero che parla perfettamente l’inglese, ma italiano di origine, tra sospetti di spionaggio e tentativi neanche tanto velati di intimidirti.

Durante una di queste riunioni sindacali, nella sede del Centro Servizi per i Lavoratori e i Sindacati, Giulio Regeni scrive un reportage piuttosto dettagliato che diventò poi un articolo scottante che fu costretto a firmare sotto forma di pseudonimo.

Segnale che già il timore di ritorsioni fosse alto nella mente di Giulio Regeni negli ultimi tempi.

Al Cairo la realtà dei sindacati indipendenti, infatti, è considerata ad alto rischio di infiltrazioni, da qui le accuse a Giulio di essere una spia dei servizi segreti al soldo di qualche nazione.

Sicuramente, tra gli altri, chi aveva interesse a conoscere i temi affrontati dai sindacati indipendenti erano nell’ordine: il regime egiziano, i Fratelli musulmani, il partito religioso e i servizi segreti egiziani e non solo.

Le varie primavere arabe che hanno visto la spinta verso democrazie più “occidentali” e partecipate rimangono tuttora, per certi versi, molto fragili.

E il regime egiziano non vedeva di buon grado la realtà dei sindacati indipendenti, proprio quelli di cui Giulio si era appassionato e che voleva studiare da vicino per il suo Dottorato di ricerca.

La sua fine, atroce e senza un colpevole, lascia senza fiato.

Per le sue ricerche è stato barbaramente torturato prima di essere assassinato.

In attesa di risposte, una sola voce deve alzarsi: “Verità per Giulio” e non dimentichiamolo facendo nostro l’appello di sua sorella che chiede ad ognuno di noi di condividere, mostrare foto di questo ragazzo che è stato ucciso per aver cercato la verità, raccontandola sul campo.

Chiudo con le parole toccanti di sua madre che raccontano questo straordinario ragazzo di 28 anni che rappresentava la nostra: “Meglio gioventù”.

“Grazie Giulio, per avermi insegnato tante cose. Resta nel mio cuore l’ energia del tuo pensiero. Il tuo pensiero, per amare, comprendere, costruire tolleranza. Con affetto, la mamma.”

Ragionando liberamente

Ci sono cose molto belle quando alla fine non sei redattore fisso di un giornale, e quindi devi scrivere un pezzo che ti viene chiesto di fare dal caporedattore, dal vicedirettore o dal direttore in persona.

Sono stato a mia volta direttore responsabile di un giornale on line locale trovandomi anche dall’altra parte della “Barricata” suggerendo un argomento da approfondire.

Ora che sono in una sorta di “sabbatico” posso liberamente scrivere di ciò che mi passa per la testa.

Impegni professionali diversi, a volte stimolanti, a volte che sembrano recitare il ruolo di “carta assorbente” che non ti permette di fare altro che l’attività che stai seguendo, mi consentono di dare una frequenza al mio blog da “sleepers”.

Anche questa è libertà, scrivere quando si mettono insieme tante situazioni che ti colpiscono, che cerchi di approfondire e di comprendere.

Il tema delle “unioni civili” per esempio.

Ora, non credo sia importante in questo post sapere come la penso ( anche se potrei smentirmi alla fine di questo pezzo ).

Come sempre, sul tema, mi è sembrato di partecipare ad una disputa tra opposte fazioni.

Due tifoserie contrapposte, l’una che ama una cosa odiando giocoforza l’altra.

E nessuno che sappia, se non in pochissimi, di che cosa si tratta quando si parla di unioni civili.

La differenza tra un tema ed un altro.

Da una parte: “La famiglia è una, un papà e una mamma” e dall’altra: “Svegliatevi!”.

Io come sempre, non ho compreso di entrambi, quali siano le ragioni dei loro si  e le ragioni dei loro no.

Credo che la tv e il giornalismo dovrebbero aiutarci dandoci una lettura il più possibile oggettiva e distaccata, senza invitare i politici che si parlano addosso e che non fanno capire nulla ai telespettatori che magari utilizzano ancora la Tv come mezzo divulgativo da cui comprendere ed imparare.

Che cos’è questa Legge?

Chi ce l’ha in Europa e nel mondo?

Si possono sposare gli omosessuali e possono adottare i figli?

Se sì, dove?

E perché da noi ( ancora )no?

Perché si in altri Paesi d’Europa e da quanto tempo?

Invece qui siamo ancora, come sempre, divisi in fazioni contrapposte senza che in molti abbiano ben capito di che cosa si tratti quando si discute di unioni civili, mi piacerebbe che un servizio pubblico lo spiegasse in maniera chiara e trasparente a tutti affinché ognuno si faccia un’idea propria e non precostituita e piena di pregiudizi.

Poi, se gli omosessuali sono anche loro cittadini di questo Paese che devono pagare le tasse, seguire le leggi dello Stato, dobbiamo pensare anche al fatto che possano avere anche loro dei diritti, o no?

Se la risposta è no, andrebbe motivata in maniera circostanziata.

Se la risposta è si, pure.

Vorrei che tutti si potessero fare un’idea ottenendo risposte sia dai favorevoli che da quelli contrari alle unioni civili.

E poi, di testa propria, farsi finalmente un’idea vera e non una semplice ideologia.