Autismo, tra spettri e paure.

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E’ di pochi giorni fa la notizia che ha visto una mamma di Modena, ritrovarsi da sola con il suo bambino autistico a festeggiare il compleanno di suo figlio.

Nessuno dei genitori dei suoi piccoli compagni d’asilo aveva accettato l’invito a partecipare alla sua festa di compleanno.

Eppure, questa scena così fastidiosa l’avevo già vista nella prima puntata della serie Tv della Bbc One: “The A World- La prima stagione”.

I genitori di Joe, scoprono che tutta la classe parteciperà al compleanno di Mark – i cui genitori – hanno pensato bene di invitare alla festa tutti i bambini, tranne uno, loro figlio Joe.

L’incredulità, la rabbia, la frustrazione e l’impotenza davanti ad un’ingiustizia così assurda, porta la giovane coppia a lasciarsi andare ad un pianto irrefrenabile di disperazione e solitudine davanti a tanta ignoranza e cattiveria.

La rappresentazione dell’autismo e più in generale della disabilità intellettiva e relazionale ha bisogno di un linguaggio scientifico appropriato che favorisca la conoscenza e il rispetto della persona.

Con questa doverosa premessa – i giornalisti della Lombardia – si sono avvicinati al tema con una giornata promossa dall’Ordine professionale regionale, dal Comune di Milano – Assessorato alla Cultura – e in collaborazione con Fuoricinema srl e il Centro culturale Asteria di Milano.

Qual è la differenza tra Autismo, Sindrome di Asperger e Sindrome dell’X Fragile?

Su questo tema, non c’è la stessa visione anche da parte dei più autorevoli esperti del settore e non saremo certo noi a poter fornire una risposta che metta d’accordo tutti.

Se per Autismo e la Sindrome di Asperger ci sono diverse similitudini che portano numerosi scienziati a identificarle allo stesso modo, per la sindrome dell’X Fragile si intende una condizione genetica ereditaria che è causa di disabilità cognitiva, problemi di apprendimento e relazionali.

Vediamo quali sono i tratti salienti di una persona con autismo:

  • Tendenza alla perfezione;
  • Persistenza sul compito;
  • Abilità di focalizzarsi sui dettagli;
  • Tendenza a stare soli;
  • Interesse moderato per i giudizi sociali.

“Nel 1944 il pediatra viennese Hans Asperger identificò alcuni bambini dalle caratteristiche comuni: innanzitutto, questi bambini avevano “interessi specifici”, ovvero passioni insolite, quasi ossessive, come: serbatoi d’acqua, treni, etc.

Gli autistici possono diventare dei veri e propri esperti nella loro materia d’elezione, snocciolando aspetti tecnici e dati.

La loro preparazione è alquanto strabiliante. Il Dottor Asperger notò in questi bambini una memoria e delle capacità di apprendimento eccezionali ma unite a difficoltà di concentrazione, a molte angosce. Dal punto di vista fisico hanno un’andatura e una coordinazione motoria molto goffa”.

Avere una chiave di lettura diversa su questa tipologia di disturbo dello sviluppo neurobiologico che impedisce a chi ne è affetto di interagire in maniera adeguata con le persone e con l’ambiente, diventa fondamentale: attraverso un percorso di immedesimazione e di sperimentazione diretta e attiva si prova – con fatica – a tentare di comprendere e di immedesimarsi con chi vive questa situazione di vita quotidianamente. Si tratta di un’esperienza forte, emozionante, a tratti può lacerarti ed essere devastante per il tuo stesso equilibrio psicofisico.

Roberta Sala, Psicopedagogista e Docente all’Università Cattolica di Milano, ha presentato un progetto che ha visto persone con autismo protagoniste della realizzazione di scatti fotografici, intitolato: “Guarda ciò che sento”.

Il progetto mira ad osservare le foto e analizzarle come manifestazione del quadro relativo allo Spettro Autistico.

La realtà viene vista attraverso lo sguardo fotografico delle persone con autismo.

I 7 ragazzi protagonisti – tutti di età compresa tra i 9 e i 12 anni –con una macchina digitale hanno girato per le strade di Milano fotografando aspetti, situazioni, cose e persone che catturavano la loro attenzione.

La visione di queste immagini ha un effetto spiazzante: questi ragazzi hanno fotografato tutto quello che molti di noi non penserebbero neppure lontanamente di fotografare.

Un particolare, un oggetto in lontananza, un’inquadratura originale ci fanno guardare attraverso gli occhi di questi ragazzi.

E ci si accorge che loro vedono ciò che tu non riesci neanche lontanamente ad immaginare.

Non potevo non chiedere a chi vive ogni giorno questa esperienza, il proprio punto di vista sull’autismo: ho parlato con una Madre, Francesca e con un padre, Fabio.

 Giacomo ha 29 anni, è affetto da Sindrome X fragile, si è laureato brillantemente all’Università di Pisa nel Novembre del 2017, completando il percorso magistrale discutendo una tesi su: “L’incontro con l’Altro: la diversità tra mito, fiaba e realtà”.

Giacomo già nel 2014, si era laureato in Lettere Moderne, sempre all’Università di Pisa con una tesi, dal titolo: “Il male immaginato: fenomenologia e fascino del male nella Gerusalemme” discussa con il Prof. Sergio Zatti.

Di seguito la lettera che Francesca, la mamma di Giacomo mi ha inviato:

“Il vagito di un bambino è un uscio aperto su un mondo di possibilità, ma se su quell’uscio si erge il mostro che chiamiamo autismo, l’accesso a quelle possibilità sembra interamente precluso. Su tutti i sentimenti che possono agitarsi dentro di te è la paura che ha il sopravvento, paura per quel figlio che, pur ad un passo da te, appare irraggiungibile. L’istinto ti porta a desiderare di assumere su di te anche quella che immagini sia la sua paura, la sua sofferenza, ma capisci ben presto che non è la strada giusta per restituire a tuo figlio, almeno in parte, le possibilità che la vita promette, che il primo passo utile è rinunciare alla paura. È innegabile che quello in compagnia dell’autismo sia un viaggio su un terreno molto accidentato, ma se pensiamo di doverlo affrontare da soli, sbagliamo perché la prima mano che si tende in nostro aiuto è proprio quella di quel figlio, di quel bimbo che non ti guarda, che non si volta se lo chiami, che non ti corre incontro, che non si lascia abbracciare, che si impegna costantemente in un’unica attività e solo in quella… e con ogni comportamento ti lancia una richiesta di aiuto e nello stesso tempo ti indica la via affinchè tu possa darglielo. Se come genitore avevi pensato di poter essere maestro, impari ben presto che il vero maestro è lui, tuo figlio, una persona che ha diritto alla propria unicità e non un modello come molti vorrebbero farti credere. Si può sconfiggere l’autismo? Purtroppo la risposta è negativa, l’autismo non è assimilabile ad un arto mancante rimpiazzabile con una protesi, ma è un ostacolo che per alcuni aspetti può essere aggirato. Così quel figlio che qualcuno incautamente aveva definito <<senza alcuna attività di pensiero>> oggi ha conquistato una laurea magistrale in Lingua e Letteratura Italiana pur conservando tutte le proprie difficoltà. Il suo è un percorso valido per tutti? Ancora una volta la risposta è negativa, ogni persona ha il proprio percorso e quanto costi trovarlo in termini di fatica e di sofferenza deve sperimentarlo da sé ma nella consapevolezza che tale percorso esiste e questo vale anche per noi genitori che in questa ricerca costituiamo spesso l’unico aiuto nel vuoto che l’autismo crea intorno a chi l’ha incontrato”.

Di seguito, Fabio, racconta la sua esperienza con Chicco che ha 4 anni:

“È veramente molto difficile poter parlare di autismo o comunque farlo in un’unica seduta. L’autismo di un figlio lo vivi quotidianamente ed è proprio nel quotidiano che ti scontri contro tutti i problemi, le difficoltà, i traguardi ed i successi che insieme vengono affrontati. Poi le lungaggini burocratiche o meglio le lunghe liste di attesa e i pochi progetti dedicati lasciano le famiglie in totale solitudine per troppo tempo. I genitori si trovano a dover accettare una diagnosi veramente pesante che non necessariamente viene accettata anzi spesso e volentieri l’alto livello di stress porta allo scioglimento della famiglia. Scarse sono le armi o meglio le strategie per poter avvicinarsi al bambino e gli insuccessi rischiano di portare grande frustrazione nel genitore. L’amore per il proprio figlio è l’unica forza che ti consente di vivere in questa situazione è lottare contro tutto. Sino ad oggi non ho voluto confrontarmi con genitori di bambini con la medesima problematica perché ho voluto vivere mio figlio come unico esemplare speciale e cercare di scoprire il mondo insieme. L’accesso a questo progetto sperimentale mi ha messo di fronte ad altri genitori con figli autistici e, in quel contesto, ti rendi davvero conto di quanto siano diverse le caratteristiche e di quante costanti possano determinare il recupero di un soggetto. Gli operatori dovrebbero poter intervenire tempestivamente, lavorare in maniera intensiva creando una rete solida con le famiglie e soprattutto con le scuole. Anche in questo caso ci vuole una grandissima fortuna a trovare persone serie, preparate, volenterose e umane. Nel nostro caso sino ad oggi abbiamo trovato buoni professionisti e soprattutto ottime persone con valori importanti di vita che hanno aiutato Federico per portarlo a grandi risultati di autonomia. Sicuramente la collaborazione da parte sua è un grande stimolo anche per gli operatori. Motivo per il quale si tende a non mollare mai anche se è veramente molto difficile non fermarsi! Penso sia fondamentale supportare le famiglie anche a livello psicologico e permettere al bambino di avere il più possibile di stimoli positivi. Inoltre bisogna porre attenzione costante ed informare più possibile la popolazione e soprattutto fare corretta informazione riguardo ai vaccini esavalenti: troppe le “coincidenze“ di bambini cambiati a seguito dell’iniezione.

Nel progetto denominato: “Echocilia” un noto fotografo americano ha raccolto immagini che ritraggono la vita di tutti i giorni dall’età di tre anni del figlio Elijah.

Chiudo questo articolo con una frase che Timothy Archibal ha dedicato a suo figlio Elijah:

“Io non voglio che Elijah pensi di essere normale.

Voglio che lui abbia la consapevolezza di essere diverso, ma che questo non sia necessariamente un male.”

Norman di Lieto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Cerignola is Puglia too!

Il Gruppo di Blogger e Giornalisti durante il Press Tour: “Sulle strade di Peppino Di Vittorio”

Quando penso a Cerignola  non riesco a non pensare a Giuseppe Di Vittorio e quando penso a Giuseppe Di Vittorio non riesco a non pensare a Cerignola e proprio per un semplice motivo: entrambi hanno sovvertito un destino avverso con la determinazione, la forza di volontà, la passione, la purezza degli ideali e dei valori che sono patrimonio di questa Terra.

Ho partecipato grazie alla Regione Puglia ad un Press Tour organizzato egregiamente da Daunia Press Tour insieme a giornalisti e Blogger.

 

Ho conosciuto Enrica, Giornalista de: “IlSudOnLine” ( www.ilsudonline.it ) ed i bloggers: Claudia ( www.vocedelverbopartire.com ), Veronica ( www.oggidoveandiamo.com), Andrea ( www.happilyontheroad.com) e Matteo ( www.travelstelling.com ) ma ho imparato a conoscere una Terra, che  mi rimarrà per sempre nel cuore.

E vi racconto perché.

Intanto un Grazie di cuore soprattutto a Giovanni Rinaldi, Luca d’Andrea, Francesco Quitadamo e  Mariangela Mariani per il prezioso supporto che ci hanno fornito.

L’unica colpa che si può imputare a Cerignola è quella di essere nata in Puglia senza essere bagnata dal mare. Ma anche il destino cinico e baro si può tranquillamente sovvertire se ci si affida alle doti tipiche di questa Terra e dei suoi abitanti: passione e determinazione.

La stessa determinazione che contraddistinse la vita di Giuseppe Di Vittorio che nacque proprio qui a Cerignola nel 1892 e che con la sua passione cercò di cambiare le cose sin da quando a soli 8 anni si trovò a dover lasciare la scuola per lavorare come “Scaccia-corvi” negli stessi latifondi dove il Padre perse la vita, massacrato dalla fatica e dalla fame.

Autodidatta, sempre assetato di conoscenza – divenne sin da subito – il punto di riferimento per gli altri Braccianti che guidò nelle prime proteste organizzate per ottenere salari e condizioni di lavoro migliori rispetto a quelle esistenti.

Il Press Tour si chiama – non a caso – “Sulle strade di Peppino Di Vittorio” proprio per far comprendere come il binomio tra Cerignola e Di Vittorio è inscindibile e legato a doppio filo.

A Cerignola c’è voglia di riscatto.

Lo si incontra nelle Cooperative strappate alla Mafia e riconsegnate alla legalità – non senza sforzi e rischi – come: “Pietra di Scarto” ed “Altereco” dove ettari di terreno vengono fatti rifiorire grazie alla volontà di giovani pronti a ridare dignità al presente e a garantire un futuro – in primis a se stessi – ma soprattutto a Cerignola e a tutti i cerignolani.

Alla Cooperativa Pietra di Scarto
Alla Cooperativa Pietra di Scarto

Così come chiedeva a gran voce Giuseppe Di Vittorio nella Masseria: “Durando e Cirillo” primo luogo di lavoro del bambino strappato alla scuola, ma già senza paura alcuna nel rivendicare per tutti i braccianti, la dignità.

Cooperativa sociale alter eco
Cooperativa sociale alter eco

Aveva visto morire di fatica il Padre, aveva assistito a scene di miseria e di sopraffazione nelle Piazze del Paese per decidere chi potesse lavorare e chi no nelle Terre dei padroni. Da quella scelta poteva cambiare la quotidianità di una persona: lavorando si sarebbe potuto mangiare oppure no. Ma anche l’essere “arruolati” spesso non bastava, la piccola porzione di pane duro con un “filo” d’olio era una ricompensa al limite della decenza per una giornata trascorsa nei campi e per la stessa dignità dei braccianti.

La vita di Giuseppe Di Vittorio è stata straordinaria nella sua cavalcata continua, tra sopraffazione e dignità, tra miseria e riscatto: protagonista assoluto del Novecento e precursore dei tempi con i suoi messaggi ancora oggi attualissimi.

Giuseppe Di Vittorio

Nel 1915 parte per il Fronte nei Bersaglieri per la prima Guerra Mondiale. Al ritorno sposa Carolina Morra e avranno due figli: Baldina e Vindice ( dal nome inusuale del figlio e dal suo significato: “Colui che rivendica” si comprende molto della figura di Peppino Di Vittorio).

Diviene il più giovane Segretario generale della Camera del Lavoro a Minervino Murge a soli 20 anni.

Lasciare Cerignola per andare a Minervino Murge, significa visitare un luogo che viene anche definito: “Il balcone delle Puglie”. Situato all’orlo dell’ultimo gradino calcareo che si affaccia sulla Fossa Premurgiana, questo luogo di neppure diecimila abitanti ci lascia incantati.

La poesia dei suoi vicoli, delle sue case e dei fiori che ne celebrano l’unicità e la particolarità ci catapulta in uno scenario di rara bellezza e ne restiamo tutti profondamente colpiti.

Un’abitazione a Minervino Murge

Una citazione a parte, merita il cibo: materie prime e prelibatezze della tradizione contadina, attraggono turisti da ogni parte del mondo per assicurarsi leccornie da leccarsi i baffi.

Nel Febbraio del 1921 dopo aver organizzato lo sciopero generale, Giuseppe Di Vittorio viene arrestato.

La visita al Carcere di Lucera e la possibilità di entrare in quella cella che per ben due volte “accolse” Peppino Di Vittorio fa capire come il principio di libertà sia venuto a mancare nei confronti di chi combatteva per la stessa. A favore degli ultimi.

L’esterno del Carcere di Lucera

Dopo il suo primo arresto, i socialisti gli offrono un posto in Parlamento.

Di Vittorio diventa deputato.

E’ con l’arrivo del Fascismo e l’inizio della Seconda Guerra mondiale che si inaspriscono ancor di più le condizioni dei braccianti e lo stesso Di Vittorio si ritrova a dover fuggire da Cerignola – prima andando a Roma – poi in Russia e, infine, a Parigi.

Nel frattempo si iscrive al Partito Comunista di Palmiro Togliatti e Antonio Gramsci, combattendo anche con la Resistenza per contrastare la presa del potere del Generale Francisco Franco in Spagna.

A Parigi dirige il giornale: “La Voce degli Italiani” – Un quotidiano per gli esuli e per gli emigrati, per la pace, per la libertà.

Proprio per riallineare il filo della storia, l’aiuto dello storico Giovanni Rinaldi ci consente di comprendere meglio tutti i percorsi accidentati che Di Vittorio percorse durante la sua vita, senza mai perdere di vista il fine ultimo della sua esistenza: rivendicare e lottare contro le ingiustizie, combattere per la libertà.

Per comprendere meglio la statura etica e morale del grande sindacalista e politico cerignolano, basta visitare l’Associazione: “Casa Di Vittorio” a Cerignola dove volontari appassionati ne conservano le memorie, le gesta e ne testimoniano l’insegnamento ancora attuale per la società un pò schizofrenica di questi tempi. Vedere diversi giovani impegnati per il Servizio civile presso questa Struttura, rappresenta un Ponte ideale tra chi ha conosciuto e si ricorda ancora la figura di Di Vittorio e chi ne porterà avanti il ricordo attraverso la condivisione della conoscenza.

L’incontro presso la sede dell’Associazione Casa Di Vittorio

 

Anche la visita presso l’Azienda Santo Stefano dei Conti Pavoncelli è di per sé illuminante.

In una tenuta dalla gestione virtuosa, nasce: “La bella di Cerignola”.

Olive verdi e olive nere che sono un incanto, orgoglio di questa Terra e la cui lavorazione è oggetto di studio e di continue visite da parte di Scuole, Istituzioni e di appassionati. ( www.labelladicerignola.com ).

L’ingresso dell’Azienda Santo Stefano dei Conti Pavoncelli

E proprio qui alla fine della visita, ci viene letta la missiva ( da brividi, considerando la corruzione che spesso ci tocca sentire nelle notizie di attualità politica ) che Di Vittorio inviò al sig. Preziuso che per conto di Pavoncelli, gli consegnò a casa un regalo in segno di stima e di amicizia.

 

Uno scorcio all’interno della Tenuta dei Conti Pavoncelli

Da leggere:

– CERIGNOLA –
li 24 Dicembre 1920

Egregio Sig. Preziuso.
In mia assenza, la mia signora ha ricevuto quel po’ di ben di Dio che mi ha mandato.
Io apprezzo al sommo grado la gentilezza del pensiero del suo Principale ed il nobile sentimento di disinteressata e superiore cortesia cui si è certamente ispirato.

Ma io sono un uomo politico attivo, un militante. E si sa che la politica ha delle esigenze crudeli, talvolta brutali anche perché – in gran parte – è fatta di esagerazioni e di insinuazioni, specialmente in un ambiente – come il nostro – ghiotto di pettegolezzi più o meno piccanti.

Io, Lei ed il Principale, siamo convinti della nostra personale onestà ma per la mia situazione politica non basta l’intima coscienza della propria onestà.
E’ necessaria – e Lei lo intende – anche l’onestà esteriore.
Se sul nulla si sono ricamati pettegolezzi repugnanti ad ogni coscienza di galantuomo, su d’una cortesia – sia pure nobilissima come quella in parola – si ricamerebbe chi sa che cosa.
Si che, io, a preventiva tutela della mia dignità politica e del buon nome di Giuseppe Pavoncelli, che stimo moltissimo come galantuomo, come studioso e come laborioso, sono costretto a non accettare il regalo, il cui solo pensiero mi è di pieno gradimento.
Vorrei spiegarmi piu’ lungamente per dimostrarle e convincerla che la mia non è, non vuol essere superbia, ma credo di essere stato già chiaro. Il resto s’intuisce.
Perciò La prego di mandare qualcuno, possibilmente la stessa persona, a ritirare gli oggetti portati. Ringrazio di cuore Lei ed il Principale e distintamente per gli auguri alla mia Signora.

Forse, il senso di questo Tour sta tutto qui.

Nel messaggio ancora attuale che Di Vittorio ci ha lasciato: l’onestà e l’etica come capisaldi imprescindibili del proprio vissuto quotidiano di bracciante, cittadino, sindacalista, politico e combattente.

Da bracciante fino ad arrivare a guidare il sindacato unico della Cgil – allora non ancora diviso e unico sindacato – sempre con le sue doti di cerignolano: appassionato e determinato.

Lo stesso sentiero da lui tracciato, lo abbiamo ripercorso oggi tra i cerignolani e gli abitanti della Daunia, di quel pezzo di Tavoliere non baciato dal Mare e poco conosciuto ma che ci ha fatto scoprire una Terra fiera, orgogliosa e forse troppo discreta nel decantare le proprie virtù.

Questo mio pezzo vuole essere una ostentazione voluta e meritata di quel che rappresenta questo territorio: passione, determinazione ed accoglienza senza pari.

Il microclima, le ambientazioni e il cibo fanno il resto. Visitate Cerignola e la Daunia.

Chiudo con un racconto che mi ha fatto emozionare e che voglio condividere con voi.

Non appena arrivato a Cerignola, sono stato accolto dal B&B Casa Moccia – Maison d’Antan – ( www.casamoccia.it ) e dal proprietario, il sig. Filippo.

 

Sulla splendida terrazza del B&B di fronte alla Chiesa del Carmine di Cerignola

Una volta averci accolto egregiamente, ci ha raccontato la storia del suo B&B.

“Questa è la vecchia casa in cui sono cresciuto con i miei genitori. Ho trascorso qui la mia infanzia e dopo qualche anno lasciammo la casa perché eravamo in affitto. Pochi anni fa, passando per il Centro di Cerignola,  ammirandola con il sentimento di un uomo che, riguardandola, riapre il cuore e il suo personale libro dei ricordi, leggo un cartello: “Vendesi”.

Mi dirigo verso l’Ufficio dell’Agenzia immobiliare sperando che non sia stato ancora venduto. Il destino mi aiuta – così perfeziono l’acquisto – e la casa torna a far parte della mia Famiglia. Ma decido di condividerla con gli altri. La ristrutturo, senza stravolgere nulla. E penso, insieme a mia moglie e ai miei figli: ‘Questa bellezza deve essere a disposizione di tutti. Sono a casa mia, dove sono cresciuto, ma gli ospiti quando verranno qui si troveranno soprattutto a casa loro.”

Passione  e determinazione è Cerignola.

Passione e determinazione scorre nelle vene dei cerignolani.

Un saluto e un ringraziamento al Sindaco e al Vice Sindaco di Cerignola con cui abbiamo condiviso un pranzo anch’esso costellato da racconti su questa terra molto interessanti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Molestia, cosa sarebbe?

In questi giorni di “tam-tam” continuo mi sono chiesto che cosa fosse.

Avendo avuto la fortuna di non averne mai subita una e, fino a prova contraria, perpetrata.

Credo sia un terreno scivoloso su cui impostare una discussione, dove chiunque abbia preso posizione l’ha fatto, come sempre, comportandosi da ultras di una fazione piuttosto che dell’altra.

Perché il dibattito attuale è diventato talmente “povero e spicciolo” che alla fine o si è con chiunque la denunci, “senza se e senza ma”, dall’altra parte, c’è invece chi, dimostrandosi poco propenso a credere alle denunce postume, passa per “machista” o prevaricatore a prescindere.

Lo scetticismo, come forma mentis, possiamo ( ancora ) contemplarlo?

La parola dell’accusatore contro quella dell’accusato e che, spesso, sono divergenti.

E’ un argomento “molto scivoloso” e cercare di comprenderne il significato e la linea di confine che, una volta oltrepassata, sconfina nella “molestia” non è semplice.

Ma vediamo il significato di questo termine, nell’immagine qui sotto.

molestia

Mettiamo, intanto, dei punti fermi: chi ha subito una molestia e trova il coraggio di raccontarlo, va aiutato due volte.

Una prima volta perché dover far riemergere ricordi assai spiacevoli e destabilizzanti non deve essere facile per nessuno.

Una seconda volta, perché dovrà essere supportata in maniera ancora più decisa: per il coraggio che la persona dimostra nell’affrontare nuovamente quel calvario già vissuto, suo malgrado, in precedenza.

Ma ciò che mi colpisce è anche l’aspetto giuridico: “qualsiasi atto che comporti menomazione o soppressione del potere di godimento spettante al titolare di un diritto”.

Che cosa vuol dire?

Significa che se sono un’attrice ( cito volutamente questo genere di professione per il caso Weinstein ) e voglio una parte in un film, ne ho pieno diritto. Ma, se per averlo, devo passare dal: “Falò del Produttore” ( libro sui soprusi dei produttori di Hollywood negli anni ’50, ndr ) siamo di fronte ad una molestia.

Una molestia che è doppia:

  1. perché se accetti l’avance ottieni la parte, dovendoti piegare ad un volere che è un sopruso, un “abuso di potere”;
  2.  perché se non accetti l’avance non ottieni la parte e sei privata in maniera subdola ed arbitraria di godere appieno di un tuo sacrosanto diritto.

Ora, perché tanta “cattiveria” nei confronti di chi denuncia?

Perché siamo così cinici da non crederci?

Perché abbiamo dato per scontato che per arrivare in una certa posizione, senza dubbio qualcuno abbia utilizzato una scorciatoia e, l’altro, titolare di un ruolo e del “potere” gliel’abbia indicata per arrivare per prima ad ottenerla, rispetto a tutti gli altri.

Conosciamo casi, personalmente, in cui è successo?

Conoscere situazioni e dinamiche di questo tipo, ci porta a non credere a prescindere alle denunce che vengono fatte, anche da personaggi famosi?

Abbiamo forse degli stereotipi, duri a morire, due di questi, rimangono capisaldi:

L’uomo: deve essere ricco e potente.

La donna: bella ed attraente.

Se l’uno è ricco e potente, avrà la donna bella ed attraente.

Se la donna è bella e attraente, avrà l’uomo ricco e potente.

Se lo scenario è questo, diventa difficile riconoscere una molestia e mostrare la giusta solidarietà nei confronti di chi, avendola subita, si ritrova a dover combattere anche contro un nemico che non pensava di trovare: la gretta superficialità.

 

 

Fatti, opinioni e preconcetti

Due mesi fa, alla nascita del bimestrale: “On Air” -il giornale che dà voce a Malpensa- il nostro Liguori firmava il suo e nostro primo editoriale sottolineando un concetto fondamentale: far tornare i fatti ad essere i protagonisti delle notizie.

In un’epoca dove la mia verità e le mie convinzioni vengono delegate al politico di turno e non solo diventa difficile ristabilire di chi mi possa o mi voglia fidare.

Una notizia può essere riportata in maniera diametralmente opposta se si vuole fare in modo che i fatti vengano letti a nostro personale uso e consumo.

Ciò che preoccupa in quest’epoca schizofrenica dove si ha un’idea su quasi tutto e poche conoscenze approfondite sulla maggior parte di ciò che avviene, si comprende bene come ci si trovi davanti ad una sorta di cortocircuito generale.

Se da una parte si dà la colpa ai media, dall’altra invece non si considera come il pubblico non creda che ai media cui decide di credere per preconcetto.

E qui entra in campo il preconcetto.

Che cos’è?

Se aggettivo: “Di quanto rispecchia una presa di posizione eccessivamente affrettata e spesso priva di qualsiasi fondamento oggettivo”

Se sostantivo maschile: “Opinione che, non essendo sostenuta dall’esperienza, può costituire un serio ostacolo alla formulazione di un giudizio appropriato.”

Provate come si fa in statistica ad utilizzare un paniere limitato alle persone che parlano di politica per esempio.

Che voi le conosciate bene, o meno bene, avrete modo di comprendere di come la loro idea si formi su notizie riportate su alcuni media piuttosto che su altri, di ciò che dice un politico, ma se un esponente di un altro partito dovesse affermare o, peggio, attuare nel concreto, qualcosa di sensato, di utile per la collettività rimarrebbe un pidiota se del Pd, “grullino” se dei 5 stelle, etc. etc.

Oggi i fatti non esistono più.

Esistono le notizie ad uso e consumo di chi legge e che sappiamo che vogliono quel tipo di notizie perché la stanno leggendo su un quotidiano piuttosto che un altro.

Sembra tutto così preconfezionato, piatto.

Ma se davanti ai fatti drammatici come quelli recenti accaduti a Barcellona, per molto tempo si era sparsa la notizia infondata che i terroristi erano asserragliati con degli ostaggi all’interno di un bar, a chi crediamo?

A chi deleghiamo ( spesso con troppa disinvoltura ) la lettura delle notizie.

Da giornalista leggo tante bufale, cazzate e adotto strumenti il più possibile oggettivi per leggere la realtà che molti vorrebbero farmi vedere come piace a loro.

Sarebbe il caso di adottare i giusti “anticorpi” di fronte ad eccesso di notizie, spesso confezionate da “ultrà” di una fazione piuttosto che da cronisti che raccontano i fatti.

 

EMIllumino d’immenso

Non riesco a dormire.

Questa mi ricorda una di quelle notti insonni trascorse davanti alla tastiera del pc a scrivere, ma stanotte è diversa da tutte le altre.

Un silenzio inatteso anima il mio appartamento dopo un pomeriggio surreale trascorso, io come tanti altri, al tuo fianco.

Le stanze cupe ed insignificanti di quel palazzone grigio erano stranamente colme di un profumo che, solo la tua presenza, ha permesso che si propagasse in maniera soave e decisa allo stesso tempo: questo profumo si chiama “amore”.

Con grazia e leggerezza attraversavi la vita delle persone che sceglievi, che ti sceglievano per quello che sapevi essere: te stessa.

In un mondo fatto di tanti attori, tu eri VERA.

Lo dicevi sempre: “Io sono anarchica”.

Ed io che ti prendevo in giro, e tu che sorridevi, perché io ero quel Furio sempre pronto a puntualizzare tutto, anche quando sinceramente, avrei potuto farne a meno, ma tu ci sorridevi su quelle mie pignolerie inutili. Furio basta, scendi dal piedistallo! E io, zitto.

Hai insegnato la leggerezza anche a chi, come me, talvolta ti appesantiva con delle cose banali, ma a te piaceva ascoltare, consigliare, abbracciare la causa a prescindere dall’importanza della stessa.

Chissà se ti sei resa conto di come con il tuo esempio tu ci abbia reso diversi, forse migliori.

Chissà se questo vuoto che sent(iam)o dentro sarai ancora in grado di riempirlo, ancora una volta, come solo TU eri in grado di fare.

Mio padre, davanti alla morte, mi ha insegnato la “pietas” – chiunque lasci questa terra sembra sia stato sempre bravo, buono e bello, subentra appunto la pietas – ma tu lo sei stata davvero una gran persona, non ho bisogno di aprire il mio cuore all’ipocrisia per affermare che tu hai amato pienamente dimostrandoti una delle persone più generose che ricordi.

Per chi, come me, ha sempre odiato e cercato di combattere le ingiustizie, si trova impotente davanti alla più grande ingiustizia con cui dovremo convivere.

Ma tu ci vorresti vivi, allegri, uniti.

Come a quelle cene a cui non mancavi per nulla al mondo, adoravi stare insieme a tutti noi, insieme alle persone che amavi e che ti ameranno per sempre.

Vivrai sempre nei cuori di chi ti ha amato. Non ti lasceremo mai andare via da lì.

Ciao Emy.

 

 

Midnight in Paris…

Non tutti comprendono fino in fondo la bellezza di Parigi.

Sì è vero, tutti la adorano ed amano fotografarla  negli angoli più conosciuti, turistici e rinoscibili ai più , considerandola come il posto più romantico del mondo.

Nelle mie frequenze parigine ciò che adoro particolarmente  è  vagare e camminare senza meta come un amante impazzito che cerca di inseguire la sua donna,  sperando di ritrovarla ogni volta in un posto diverso, sempre più bello di quello precedente, mentre lei ti attende con elegante disinvoltura, regalandoti, ancora una volta,  emozioni uniche.

Come il protagonista del film di Woody Allen, in: “Midnight in Paris” che vaga come impazzito per la Ville Lumiere in un mix di passione, estasi e follia che lo porta ad immaginarsi insieme ai grandi intellettuali parigini del passato durante le sue passeggiate notturne, incompreso dalla moglie che lo lascia perdersi nel proprio delirio solitario, così io mi immagino che non sia mai troppo tardi per andare a dormire in una città che ha sempre qualcosa da dire, anzi, da sussurrarti all’orecchio con quella sensualità un po’ aristocratica capace di farti perdere i sensi.

E così anche stanotte,  vaneggio su dove mi aspetterai e pensando di continuo a cosa mi dirai ancora una volta,  cammino sorridendo tra gli sconosciuti , senza che questo mi abbia ancora stancato.

Succederà un giorno?

Non credo, Paris.

#ditantoamore

 

 

 

 

 

TOTO’ e i 50 anni dalla sua morte

A 50 anni dalla morte del Principe Antonio de Curtis, in arte Totò, mi piace ricordare due sue poesie: una, “A Livella” conosciuta da molti, e che io scoprii a 10 anni, quando mio nonno Michele amava leggermela, per insegnarmi che le differenze tra una persona ed un’altra esistono solo durante la nostra esistenza terrena ( seppure anche qui, non mi piacciono affatto ) ma che poi tutto si livella, così come scriveva Totò nei suoi versi.

 

L’altra, invece, è uno scritto inedito. Sono versi che raccontano la diffidenza di un quarantenne nei confronti del matrimonio e dell’idea di sposarsi, fondamentalmente, con un’estranea e, che recita, così:

‘O matrimonio

M ò songhe n’ommo anziane:

stonghe ‘nzurdenno ‘e recchie

e ‘a vista s’alluntana!

Ero ‘nu schiavuttiello:

mo songhe fumo ‘e Londra!

Zumpavo ‘a campaniello

e mò tutto me và contro.

S’allasca la memoria…

me scordo tutte cosa:

me faccio ‘o promemoria

si voglio fà quaccosa!

Mammà mi disse: «Sposati,

ormaie tiene ll’età!»

E m’abboffano ‘e chiacchiere

assieme ‘cu papà;

ma io songhe cuntrario,

nun me voglio ‘nzurà!

‘ J tengo tanta esempie,

pecche m’aggià ‘nguaià?

M’aggia spusà ‘na femmena

ca nun saccio chi è…

M’aggià ‘ngullà n’estranea… Chi m”o fa fà e pecchè?

Sapimmo ‘o matrimonio ch’effetto me pò fà?

E si caccio nu vizio

‘a chi ‘o vaco ‘a cuntà?

Può essere maniaca sessuale

e in una notte tragica

me pò fa pure ‘a pella…

‘A chi vaco ‘a recorrere?

‘O conto ‘a don Guanella?

‘J ‘a notte sò sensibile,

me pozzo scetà ‘e botto…

me veco chesta estranea

‘ca se fà sotto sotto!

Mettiamo un giorno a tavola pranzanno, st’assassina,

me mette ‘e barbiturice

dint”o bicchiere ‘e vino…

 

Lost in New York. RIP, Luca.

Sono qui, felice con il mio pc portatile aperto, sorseggiando un caffè caldo e facendo ciò che amo di più fare: scrivere. Sono anche fortunato, la cornice  ( insieme a Parigi )  da cui sono circondato è la mia preferita al mondo, e si chiama New York. Sono pronto a preparare la presentazione del mio Romanzo: “Di Tanto Amore” per il 31 marzo prossimo in costiera amalfitana e a buttare giù qualche idea per il secondo. Il mio volto è raggiante, il sorriso è a 55 denti e tutto mi sembra perfetto. Che cosa mi manca? Niente. E se dovessi fare un’istantanea della felicità, la rappresenterei esattamente così. Poi un messaggio, uno squarcio, un fendente inaspettato: Luca ci ha lasciato.  Ora io una cosa l’ho sempre detta:  non sono ateo, ma non posso definirmi neppure un cattolico praticante seppur in gioventù lo sia stato, perché rinnegarlo? Ho incontrato tante persone meravigliose che mi hanno insegnato tantissimo, dei veri e propri maestri di vita. Ma io sono un dubbioso e penso, semplicemente, che Luca a 45 anni, non doveva lasciarci così presto. Perché non è giusto, perché non c’è ragione alcuna e perché è disumano pensare che i genitori debbano seppellire un figlio.  E il dubbio, dice: “Perché?” Io ho stima sincera per chi crede ciecamente ad un Profeta, ad un Messia o ad un qualsiasi Dio che si chiami come meglio credano o desiderino venga chiamato. Io semplicemente so che Luca, aveva solo 45 anni ed era uno che metteva passione nelle cose che faceva e che si spendeva sempre per gli altri, perché era un generoso. Allora io da dubbioso, dico: “Perché lui, chiunque abbia deciso?” Fisso l’orizzonte sull’East Side e credo che Luca non doveva morire. Non è giusto. Ciao Luca, per te stanotte ho pianto. Che la terra ti sia lieve.

Una schizofrenia globalizzata

In questi tempi moderni è facile improvvisarsi tuttologi, disquisendo su tutto: dall’elezione di Trump, al Terrorismo, dai migranti alle politiche fiscali che andrebbero intraprese per il proprio Paese di cui siamo cittadini, ma anche degli altri, perché no?

Un tanto al chilo verrebbe da pensare.

Partiamo da chi accusa i giornalisti e sono tantissimi: dall’uomo “normale” che vede complotti ovunque e li approfondisce con i propri collleghi preferibilmente davanti alle macchinette del caffè, fino ai Potenti della Terra come il neo eletto Presidente degli Stati Uniti d’America ( Trump ha intrapreso una cruda battaglia contro i giornalisti dipingendoli come i “più disonesti della Terra ), vedendoli come fabbricatori di notizie ad uso e consumo del proprio referente, sia esso editore, parte politica o grande gruppo economico e finanziario.

E’ vero altresì che esiste una crisi da parte del mondo del giornalismo: dalle notizie che non sono più quelle con la N maiuscola e, con il conseguente crollo della fiducia dei lettori nei confronti di chi per mestiere deve dare le notizie, verificarle e pubblicarle come tali.

Come afferma il Direttore di “Internazionale” Giovanni de Mauro: “I giornalisti dovrebbero uscire di più dalle redazioni, per ricominciare ad ascoltare e a raccontare il mondo che ci circonda”.

Sono d’accordo, ma siamo davvero sicuri che se ciò avvenisse ( non sono certo neppure del fatto che questo non avvenga più ) non ci sarebbe qualcuno che andrebbe ad affermare che la notizia che è stata pubblicata, nell’ordine:

  1. non ha fondamento;
  2. è una bufala, soprattutto perché va ad intaccare una parte presa in causa dalla notizia stessa e, a quel punto, a chi crederebbe l’opinione pubblica?

Al giornalista o al proprio Leader ( Guru ) di riferimento?

O a Facebook, o a siti dai  nomi improponibili che non passerebbero un elementare Fact Checking figuriamoci un più semplice ed efficace Alcool test per verificare più che altro la sobrietà di chi pubblica certe notizie.

In una società costellata di fan(atismi) credo che i giornalisti perderebbero comunque anche di fronte alle realtà più inconfutabili.

Mi piacerebbe essere smentito dai fatti.

 

 

 

 

 

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