L’uomo col megafono

Mi sembra davvero che urlare sia diventato di moda.

Ma stiamo parlando di urlare per non far sentire ciò che dice l’altro: negli ultimi 20 anni i talk show hanno rappresentato la forma più mediocre di comunicazione, dove vince sempre chi urla di più e chi ha vinto nella vita, da sempre, lo scudetto dell’arroganza.

Una incapacità di comunicare a 2 vie: comunicare e ascoltare. Qui si urla e basta e non si capisce mai che cosa vogliano comunicare tante persone.

Mettiamoci poi gli insulti gratuiti, epiteti e il denigrare continuamente l’interlocutore, così ci si rende conto di come, in questo periodo storico, davvero ci ritroviamo a vivere nell’inciviltà.

In molti mi chiedono: come faccio a comprendere le differenze tra Grillo, Pd e Pdl?

Non parliamo di slogan, ma di contenuti: chi saprebbe affermare su diversi temi questi partiti in che cosa si differenziano gli uni dagli altri?

Eppure ci sono trasmissioni tv a carattere politico o pseudo tale in un numero imbarazzante ma nessuna di questa ha aiutato a far capire a molti elettori le sostanziali differenze fra questi schieramenti.

Non è un caso che, alle ultime elezioni politiche, questi 3 partiti /  movimenti si siano divisi quasi in parti uguali il numero di voti.

 

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La generazione perfetta non è la nostra

Quando si afferma che, la generazione che ci ha preceduto ha avuto più opportunità di noi, non si sbaglia.

Non si sbaglia perché come diceva una mia collega giornalista, di ritorno da un viaggio comune a Roma per seguire le elezioni politiche del 2008: “Viviamo la piramide rovesciata”.

Ed io che inizialmente non capii, le chiesi di spiegarmi che cosa intendesse dire.

“Semplicemente, caro collega, che non avremo e non potremo mai avere le stesse opportunità di vita e professionali della generazione che ci ha preceduto. In passato, anche a bassa scolarità si potevano puntare mete ben superiori rispetto ad un titolo di studio che fosse pure una semplice licenza media inferiore. Oggi ti ritrovi con laurea, master ed esperienza all’estero e sei (quasi) a spasso. Ed eccoti dunque servita la piramide rovesciata”.

Ho letto con molta attenzione ciò che ha scritto Deaglio qualche giorno fa su: “La Stampa” definendo i settantenni di oggi “La generazione perfetta” quella generazione di ragazzi che, usciti testimoni dalla fine di una guerra devastante, hanno iniziato il loro lungo ed entusiasmante percorso di vita in un continuo e costante miglioramento.

Ma dagli anni Sessanta in poi, tutto sembrava possibile, raggiungibile e a portata di mano.

Certo in Italia, il familiarismo, la raccomandazione, il conoscere qualcuno, sono stati da sempre fenomeni insiti nella nostra cultura molto attenta a valutare chi si prendeva, spesso basandosi poco sul merito e più sulle rassicurazioni che un conoscente comune poteva darti in merito alla persona che stavi per assumere.

Ma nonostante una buona dose di “figli di, raccomandati, amanti, parenti, conoscenti e amici degli amici di qualche politico o politicante che dir si voglia, anche la persona meritevole aveva un suo spazio, perché c’era tanto spazio, c’era il boom economico”.

Oggi con la crisi, se qualcuno vi dice che in Italia vanno avanti (anche) i meritevoli, fategli pure una bella pernacchia.

Perché nonostante siano aumentate le possibilità, viceversa sono diminuiti i posti vacanti, perché già colmati da chi conosce qualcuno e, dato che lo spazio è molto poco, tu anche se meritevole non ci stai più dentro a quel recinto di persone che potranno entrare a far parte di quell’ambito lavorativo e, dunque, sei fuori. E ti vedi sorpassare da raccomandati, amanti, figli di, conoscenti di chicchesia e te li ritrovi “con il coltello tra i denti” perché sanno che se prima erano lì perché tanto c’era spazio per tutti, ora che non c’è più spazio per tutti, diventano più agguerriti, ma soprattutto più cattivi, e così volano i colpi proibiti, si gioca sporco.

E comunque, quelli bravi rimangono fuori. E se sono dentro, a qualche compromesso sono dovuti scendere.

Non credete a chi vi dice che i meritevoli vengono fuori: in Italia, di certo, no.

E ripeto, in Italia, no.

Non esiste nel nostro Paese una vera e propria cultura meritocratica, che è di fondo, una componente tipica delle culture anglosassoni, non certo di quelle del sud Europa.

In  passato, anche chi ce l’ha fatta, senza appoggi e solo con le proprie forze, faceva parte della generazione perfetta e in questi tempi moderni, non potrebbe rifare lo stesso percorso di un tempo. Sarebbe impossibile. Erano altri tempi.

Discorso sulla precarietà

In questi giorni tra le tante notizie che arrivano nel “tritacarne” mediatico, una davvero mi ha colpito particolarmente.

E dopo avermi colpito molto, ho deciso di farla decantare un po’.

Credo che mai come in questo periodo storico sia molto forte nella gente il senso di precarietà, accentuato negli ultimi anni dalla crisi economica finanziaria che attraversa in maniera particolare la vecchia Europa e, ancor di più il nostro Paese.

Non mi soffermo su quanto questa crisi abbia fatto comodo all’Italia per nascondersi dietro la foglia di fico della crisi mondiale, dato che ci trovavamo a crescita zero anche quando gli altri Stati dell’Unione Europea e del resto del mondo viaggiavano a ben altre cifre. Ma tant’è, questo sarebbe un altro discorso che preferirei approfondire in maniera più analitica e dettagliata in un reportage a parte, proprio sul caso Italia.

Ora vorrei soffermarmi sul discorso che Papa Francesco ha fatto nei giorni scorsi in Santa Maria Maggiore.

Come dicevo le notizie vengono immediatamente utilizzate e poi dimenticate in breve tempo.

Ma il discorso sulla precarietà di Papa Francesco merita un approfondimento.

“La Madonna ci aiuta a crescere, ad affrontare la vita, ad essere liberi”. Una mamma aiuta i figli a crescere e vuole che crescano bene – prosegue il Pontefice -. Per questo li educa a non cedere alla pigrizia che deriva anche da un certo benessere, a non adagiarsi in una vita comoda che si accontenta di avere solo delle cose. La mamma ha cura dei figli perché crescano sempre di più, crescano forti, capaci di prendersi responsabilità, di impegnarsi nella vita, di tendere a grandi ideali”.

Fotografando ogni giorno la rassegnazione che vedo in troppe persone, soprattutto giovani, credo che questo sia un monito che per le nuove generazioni debba valere come un mantra.

Si può lasciare quel poco che si crede di possedere, che si pensa ci possa dare quel finto benessere  cui non riusciamo proprio a rinunciare, perché siamo assorti in una esistenza fatta di troppe comodità.

E da qui il monito del Papa per i giovani:

“Una vita senza sfide non esiste. E un ragazzo, o una ragazza, che non sa affrontarle mettendosi in gioco, è senza spina dorsale. La libertà ci è donata perché sappiamo fare scelte buone nella vita.”

Osate.

E buona fortuna a chi ci proverà davvero!

 

 

Andreotti e Oriana Fallaci, scontro tra titani

Come sempre, è difficile pensare ad un uomo di potere nel nostro Paese che possa essere intervistato senza alcun timore reverenziale da un giornalista italiano.

Ho sempre pensato che se l’Italia si trova in una posizione di classifica imbarazzante in ogni dove, è ancora più grave se ce la ritroviamo pure così in basso alla voce che risponde al nome di “Libertà di stampa”. E il virgolettato è voluto.

Quindi se oggi, ancora attendo un vero confronto epico tra un giornalista ed un politico italiano, non mi resta che guardare al passato. Quando all’epoca non ero ancora nato. Anche se di quel periodo storico ho studiato e approfondito molto e, molto, mi sono documentato.

Proprio pochi giorni fa è morta Agnese Borsellino, vedova del giudice ucciso nell’attentato di via D’Amelio del 19 luglio 1992. Dopo pochi giorni è scomparso Giulio Andreotti.

La vita e la morte a volte si prendono gioco di noi, intrecciando destini e disegnando traiettorie per noi impensabili.

Rileggendo dal sito ufficiale di Oriana Fallaci, l’intervista che Giulio Andreotti le concesse, mi colpisce molto di come il sentimento più forte che pervase la Fallaci nei confronti del politico più potente di Italia, fosse proprio la paura.

La Fallaci si accorse di avere paura di Andreotti.

Nonostante i modi garbati e gentili, la paura vinse su ogni altra emozione. Vinse lei e la vinse durante tutta l’intervista.

Afferma la Fallaci: “Lui parlava con la sua voce lenta, educata, da confessore che ti impartisce la penitenza di cinque Pater, cinque Salve Regina, dieci Requiem Aeternam, e io avvertivo un disagio cui non riuscivo a dar nome. Poi, d’un tratto, compresi che non era disagio. Era paura. Quest’uomo mi faceva paura. Ma perché?”

 

E ancora.

“A chi fa paura un malatino, a chi fa paura una tartaruga? A chi fanno male? Solo più tardi, molto tardi, realizzai che la paura mi veniva proprio da queste cose: dalla forza che si nascondeva dietro queste cose. Il vero potere non ha bisogno di tracotanza, barba lunga, vocione che abbaia. Il vero potere ti strozza con nastri di seta, garbo, intelligenza.”

Eppure, secondo me, sta tutta qui l’essenza di come si possa descrivere in maniera perfetta un uomo di potere che nel bene o nel male, ha rappresentato buona parte della nostra Storia repubblicana.

Giorgio Napolitano ha affermato: “Sarà la storia a giudicarlo”.

Siccome non credo che, anche in questo caso, riusciremo a vederci chiaro, preferisco che ci pensi il buon Dio a giudicare.

 

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