Tutto cambia, nulla cambia.

Partiamo da un dato incontrovertibile: al Times e al New York Times dei 7 anni inflitti a Silvio Berlusconi non interessa poi molto.

Nel “day after” della sentenza, solo un piccolo trafiletto tra le news a scorrimento veloce, mescolate a tante altre forse, per loro, addirittura più interessanti.

Invece in Patria, si scatena come sempre, la guerra sterile tra berlusconiani e antiberlusconiani che, sinceramente, trovo stancante da quando mi sono affacciato al voto, proprio nell’anno della nascita di Forza Italia, te guarda un po’ le coincidenze.

E nel 1994, tutto sembrava limitato a questo: con Berlusconi per il rinnovamento, con gli altri per il conservatorismo.

Volete i comunisti? Siete comunisti?

No, allora votatemi.L’uomo che si è fatto da solo, colui che tutto può.

Questo portava di nuovo Silvio Berlusconi. Un uomo prestato alla politica, che odiava i mestieranti della politica, salvo poi anche lui, trovarsene accanto diversi, che il mestiere lo fanno da sempre.

Il Cavaliere come un’alternativa, una speranza di novità, di riformismo, di dinamismo. Come tutto quello che è nuovo, d’altronde.

Se poi in questi ultimi 20 anni il dibattito politico italiano, alimentato dai talk show televisivi, con giornalisti con ingaggi milionari, assecondavano solo ed esclusivamente questo miope dualismo, la colpa è anche nostra.

Campioni del mondo del lamento fine a se stesso o, sostanzialmente, del prendere atto solo a giochi fatti che ci hanno fregato.

In un certo senso, spettatori passivi di ciò che ci capita attorno, senza mai esserne davvero protagonisti in prima persona.

“Non chiedetevi che cosa lo Stato possa fare per Voi, ma Voi che cosa potete fare per lo Stato” diceva Kennedy.

La Prima Repubblica se ne andava via, con la gente arrabbiata e desiderosa di un cambiamento.

E Berlusconi lo rappresentava.

Come alle ultime elezioni lo rappresentava Beppe Grillo, non a caso oggi parliamo di Terza Repubblica alle porte.

Oggi, con questa sentenza, tutto cambia, nulla cambia.

Silvio Berlusconi andrà a parlare da Enrico Letta, Presidente del Consiglio non eletto da nessuno e chiederà qualcosa.

Ci sono anche oggi, chi si straccia le vesti per questa sentenza politica mentre gli altri festeggiano.

E io non mi sento parte di nessun partito.

Su Berlusconi credo semplicemente ciò che affermava Gianni Riotta recentemente che, alla fine di tutto, sarà la storia a giudicare perché in questi 20 anni di potere politico non ha apportato ciò che da lui ci si attendeva, come: riforme, innovazione, meritocrazia, lavoro e ammodernamento della macchina dello Stato.

Sugli altri, gli antiberlusconiani, continuo a domandare loro perché abbiano puntato in 20 anni di vita politica a vedere il Cavaliere come una sorta di demone.

Perché non proporre e studiare invece, un’alternativa a livello politico, presentandovi così agli elettori con un programma che fosse votato dalla maggioranza degli italiani ormai stanchi del berlusconismo?

Ma non facendo ciò, gli antiberlusconiani sono riusciti nell’impresa di perdere una partita già vinta.

E poi, in mezzo, c’è Grillo che aspetta non si sa bene che cosa. O forse semplicemente aspetta, perché in questi casi l’attesa è la migliore delle strategie possibili.

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L’arte di mollare ( il colpo )

Pochi hanno la forza, l’umiltà e l’intelligenza per mollare. E’ un’arte.

A Roma dicono: “Chi si astiene dalla lotta è un gran fijo de na m…” detto romanesco che rimanda ad un vecchio film con protagonista Alberto Sordi.

Quando si tratta di un partner professionale così come di una storia sentimentale, bisogna prendere coscienza che quel rapporto non ha più niente da offrirti. Anzi, spesso, ha solo da prendere ed arraffare, come un vecchio predone.

E così mollare ( il colpo ) si rivela lungimirante.

Aver investito tempo e denaro in progetti che, man mano che il tempo passava, si capiva sempre più come fossero condannati al fallimento.

Bisogna sapere quando è giunto il tempo di tirarsi indietro. Ammettendo anche di essersi lanciati in una scommessa sbagliata.

Se non tutti hanno questa capacità di comprendere quando tirarsi indietro, i costi, per loro, possono essere enormi.

Non tutti riescono a definire una soglia, un confine oltre il quale non si vuole andare.

Una valutazione rischi / opportunità, dove il rischio sia davvero in equilibrio con le opportunità che potrebbero aprirsi.

Nell’analisi dei rapporti, siano essi professionali o personali, nei corsi di Economia dell’Università abbiamo studiato anche, l’ “illusione dei costi sommersi”.

Ma di che cosa si tratta?

E’ l’incapacità di comprendere quando tirarsi indietro.

A molte persone inoltre, risulta più facile vedere quando altri stanno annegando nelle proprie illusioni, ma gli  risulta molto complicato ammettere a loro stessi e agli altri, il fallimento. Il naufragio di un sogno.

Cosa sono i costi sommersi?

Rappresentano il tempo che hai investito in rapporti professionali e personali, i cui risultati non ritieni soddisfacenti e, a quel punto, non ti importa quanto tempo hai investito, ma semplicemente, che non vuoi più perdere tempo in una illusione dai costi sommersi.

Investire energie, tempo e denaro in qualcosa per poi ritrovarsi con niente in mano, può portare le persone a continuare lo stesso cammino per il rifiuto inconscio delle persone di accettare le perdite. E le sconfitte.

In un problema di prospettiva drammatico.

Tanti si attaccano e si aggrappano con tutte le forze e in maniera disperata in ciò su cui hanno deliberatamente scelto e su cui hanno investito tantissimo, continuando così ormai imperterriti e senza avere la forza e il coraggio di mettere la parola fine a quest’avventura ormai esaurita.

Afferma la psicologa statunitense, H. G. Halvorson: “Investire tanto solo per ritrovarsi con niente in mano è semplicemente troppo orribile perché molti di noi possano accettarlo: è un problema di prospettiva.

Ci preoccupiamo decisamente troppo di quello che perderemo se cambiamo direzione invece di concentrarci sui costi derivati dal non cambiare: altro tempo buttato via, altro impegno sprecato, altra infelicità e altre occasioni perse.”

Come nel tormentone pubblicitario, che dire: “Meglio cambiare no?”

Non toccate quel parco pubblico ad Istanbul

Si era partiti con un sit-in pacifico per difendere l’esistenza di un parco pubblico nel centro di Istanbul.

Poi, Piazza Taksim è diventata un simbolo dai diversi significati.

Il primo, quello più antipatico, è rappresentato dal potere di Erdogan, il premier turco che, attraverso l’uso della forza, ha brutalmente soffocato una protesta democratica.

Peccato che le immagini della polizia turca che utilizza spray urticanti contro i manifestanti hanno fatto il giro del mondo e, l’opposizione all’operato del governo di Ankara, è aumentata in tutto il Paese e oltreconfine, dove il mondo intero si è domandato di come anche un Premier democraticamente eletto, possa diventare un pericoloso despota.

Erdogan, è stato votato dal 50% dei turchi, ma sembra disprezzare e infischiarsene dell’altra metà del Paese e, allo stesso tempo, sembra non voler recitare alcun “mea culpa” nella gestione dei modi con cui si è mosso il Governo turco nei confronti dei manifestanti.

Un clima di repressione talmente autoritario che ha costretto il Presidente turco Abdullah Gul ad intervenire facendo sì che la Polizia abbandonasse la Piazza mentre, allo stesso tempo, Erdogan non retrocedeva poi molto, affermando di non voler tornare indietro sulla decisione di costruire un centro commerciale. Al massimo, ha affermato in una trasmissione televisiva, potremmo costruire una Moschea. Insomma, il Parco morirebbe comunque, nonostante tutto.

Il secondo aspetto, non meno inquietante, è rappresentato da come il potere politico abbia annientato i media e la loro indipendenza. In Turchia, vige un controllo ferrato, su editori e giornalisti.

Questi due aspetti sono legati a doppio filo con l’eccesso di potere e di autoritarismo nelle mani del Governo Erdogan.

E per un Paese che si candida da diverso tempo ad entrare nell’Unione Europea, questo è davvero inquietante.

Prima degli episodi di piazza Taksim, la Turchia rappresentava e, rappresenta tuttora, un’economia emergente, in salute ed in costante crescita. E con un Governo stabile. E ora?

Dal sit-in pacifico fino alla brutale repressione del Governo sui manifestanti, l’immagine di questa Turchia più moderna, ricca e più occidentale, ne esce molto più appannata con troppe zone d’ombra e con un’idea più opaca del Paese da parte dell’opinione pubblica internazionale.

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