Autismo, tra spettri e paure.

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E’ di pochi giorni fa la notizia che ha visto una mamma di Modena, ritrovarsi da sola con il suo bambino autistico a festeggiare il compleanno di suo figlio.

Nessuno dei genitori dei suoi piccoli compagni d’asilo aveva accettato l’invito a partecipare alla sua festa di compleanno.

Eppure, questa scena così fastidiosa l’avevo già vista nella prima puntata della serie Tv della Bbc One: “The A World- La prima stagione”.

I genitori di Joe, scoprono che tutta la classe parteciperà al compleanno di Mark – i cui genitori – hanno pensato bene di invitare alla festa tutti i bambini, tranne uno, loro figlio Joe.

L’incredulità, la rabbia, la frustrazione e l’impotenza davanti ad un’ingiustizia così assurda, porta la giovane coppia a lasciarsi andare ad un pianto irrefrenabile di disperazione e solitudine davanti a tanta ignoranza e cattiveria.

La rappresentazione dell’autismo e più in generale della disabilità intellettiva e relazionale ha bisogno di un linguaggio scientifico appropriato che favorisca la conoscenza e il rispetto della persona.

Con questa doverosa premessa – i giornalisti della Lombardia – si sono avvicinati al tema con una giornata promossa dall’Ordine professionale regionale, dal Comune di Milano – Assessorato alla Cultura – e in collaborazione con Fuoricinema srl e il Centro culturale Asteria di Milano.

Qual è la differenza tra Autismo, Sindrome di Asperger e Sindrome dell’X Fragile?

Su questo tema, non c’è la stessa visione anche da parte dei più autorevoli esperti del settore e non saremo certo noi a poter fornire una risposta che metta d’accordo tutti.

Se per Autismo e la Sindrome di Asperger ci sono diverse similitudini che portano numerosi scienziati a identificarle allo stesso modo, per la sindrome dell’X Fragile si intende una condizione genetica ereditaria che è causa di disabilità cognitiva, problemi di apprendimento e relazionali.

Vediamo quali sono i tratti salienti di una persona con autismo:

  • Tendenza alla perfezione;
  • Persistenza sul compito;
  • Abilità di focalizzarsi sui dettagli;
  • Tendenza a stare soli;
  • Interesse moderato per i giudizi sociali.

“Nel 1944 il pediatra viennese Hans Asperger identificò alcuni bambini dalle caratteristiche comuni: innanzitutto, questi bambini avevano “interessi specifici”, ovvero passioni insolite, quasi ossessive, come: serbatoi d’acqua, treni, etc.

Gli autistici possono diventare dei veri e propri esperti nella loro materia d’elezione, snocciolando aspetti tecnici e dati.

La loro preparazione è alquanto strabiliante. Il Dottor Asperger notò in questi bambini una memoria e delle capacità di apprendimento eccezionali ma unite a difficoltà di concentrazione, a molte angosce. Dal punto di vista fisico hanno un’andatura e una coordinazione motoria molto goffa”.

Avere una chiave di lettura diversa su questa tipologia di disturbo dello sviluppo neurobiologico che impedisce a chi ne è affetto di interagire in maniera adeguata con le persone e con l’ambiente, diventa fondamentale: attraverso un percorso di immedesimazione e di sperimentazione diretta e attiva si prova – con fatica – a tentare di comprendere e di immedesimarsi con chi vive questa situazione di vita quotidianamente. Si tratta di un’esperienza forte, emozionante, a tratti può lacerarti ed essere devastante per il tuo stesso equilibrio psicofisico.

Roberta Sala, Psicopedagogista e Docente all’Università Cattolica di Milano, ha presentato un progetto che ha visto persone con autismo protagoniste della realizzazione di scatti fotografici, intitolato: “Guarda ciò che sento”.

Il progetto mira ad osservare le foto e analizzarle come manifestazione del quadro relativo allo Spettro Autistico.

La realtà viene vista attraverso lo sguardo fotografico delle persone con autismo.

I 7 ragazzi protagonisti – tutti di età compresa tra i 9 e i 12 anni –con una macchina digitale hanno girato per le strade di Milano fotografando aspetti, situazioni, cose e persone che catturavano la loro attenzione.

La visione di queste immagini ha un effetto spiazzante: questi ragazzi hanno fotografato tutto quello che molti di noi non penserebbero neppure lontanamente di fotografare.

Un particolare, un oggetto in lontananza, un’inquadratura originale ci fanno guardare attraverso gli occhi di questi ragazzi.

E ci si accorge che loro vedono ciò che tu non riesci neanche lontanamente ad immaginare.

Non potevo non chiedere a chi vive ogni giorno questa esperienza, il proprio punto di vista sull’autismo: ho parlato con una Madre, Francesca e con un padre, Fabio.

 Giacomo ha 29 anni, è affetto da Sindrome X fragile, si è laureato brillantemente all’Università di Pisa nel Novembre del 2017, completando il percorso magistrale discutendo una tesi su: “L’incontro con l’Altro: la diversità tra mito, fiaba e realtà”.

Giacomo già nel 2014, si era laureato in Lettere Moderne, sempre all’Università di Pisa con una tesi, dal titolo: “Il male immaginato: fenomenologia e fascino del male nella Gerusalemme” discussa con il Prof. Sergio Zatti.

Di seguito la lettera che Francesca, la mamma di Giacomo mi ha inviato:

“Il vagito di un bambino è un uscio aperto su un mondo di possibilità, ma se su quell’uscio si erge il mostro che chiamiamo autismo, l’accesso a quelle possibilità sembra interamente precluso. Su tutti i sentimenti che possono agitarsi dentro di te è la paura che ha il sopravvento, paura per quel figlio che, pur ad un passo da te, appare irraggiungibile. L’istinto ti porta a desiderare di assumere su di te anche quella che immagini sia la sua paura, la sua sofferenza, ma capisci ben presto che non è la strada giusta per restituire a tuo figlio, almeno in parte, le possibilità che la vita promette, che il primo passo utile è rinunciare alla paura. È innegabile che quello in compagnia dell’autismo sia un viaggio su un terreno molto accidentato, ma se pensiamo di doverlo affrontare da soli, sbagliamo perché la prima mano che si tende in nostro aiuto è proprio quella di quel figlio, di quel bimbo che non ti guarda, che non si volta se lo chiami, che non ti corre incontro, che non si lascia abbracciare, che si impegna costantemente in un’unica attività e solo in quella… e con ogni comportamento ti lancia una richiesta di aiuto e nello stesso tempo ti indica la via affinchè tu possa darglielo. Se come genitore avevi pensato di poter essere maestro, impari ben presto che il vero maestro è lui, tuo figlio, una persona che ha diritto alla propria unicità e non un modello come molti vorrebbero farti credere. Si può sconfiggere l’autismo? Purtroppo la risposta è negativa, l’autismo non è assimilabile ad un arto mancante rimpiazzabile con una protesi, ma è un ostacolo che per alcuni aspetti può essere aggirato. Così quel figlio che qualcuno incautamente aveva definito <<senza alcuna attività di pensiero>> oggi ha conquistato una laurea magistrale in Lingua e Letteratura Italiana pur conservando tutte le proprie difficoltà. Il suo è un percorso valido per tutti? Ancora una volta la risposta è negativa, ogni persona ha il proprio percorso e quanto costi trovarlo in termini di fatica e di sofferenza deve sperimentarlo da sé ma nella consapevolezza che tale percorso esiste e questo vale anche per noi genitori che in questa ricerca costituiamo spesso l’unico aiuto nel vuoto che l’autismo crea intorno a chi l’ha incontrato”.

Di seguito, Fabio, racconta la sua esperienza con Chicco che ha 4 anni:

“È veramente molto difficile poter parlare di autismo o comunque farlo in un’unica seduta. L’autismo di un figlio lo vivi quotidianamente ed è proprio nel quotidiano che ti scontri contro tutti i problemi, le difficoltà, i traguardi ed i successi che insieme vengono affrontati. Poi le lungaggini burocratiche o meglio le lunghe liste di attesa e i pochi progetti dedicati lasciano le famiglie in totale solitudine per troppo tempo. I genitori si trovano a dover accettare una diagnosi veramente pesante che non necessariamente viene accettata anzi spesso e volentieri l’alto livello di stress porta allo scioglimento della famiglia. Scarse sono le armi o meglio le strategie per poter avvicinarsi al bambino e gli insuccessi rischiano di portare grande frustrazione nel genitore. L’amore per il proprio figlio è l’unica forza che ti consente di vivere in questa situazione è lottare contro tutto. Sino ad oggi non ho voluto confrontarmi con genitori di bambini con la medesima problematica perché ho voluto vivere mio figlio come unico esemplare speciale e cercare di scoprire il mondo insieme. L’accesso a questo progetto sperimentale mi ha messo di fronte ad altri genitori con figli autistici e, in quel contesto, ti rendi davvero conto di quanto siano diverse le caratteristiche e di quante costanti possano determinare il recupero di un soggetto. Gli operatori dovrebbero poter intervenire tempestivamente, lavorare in maniera intensiva creando una rete solida con le famiglie e soprattutto con le scuole. Anche in questo caso ci vuole una grandissima fortuna a trovare persone serie, preparate, volenterose e umane. Nel nostro caso sino ad oggi abbiamo trovato buoni professionisti e soprattutto ottime persone con valori importanti di vita che hanno aiutato Federico per portarlo a grandi risultati di autonomia. Sicuramente la collaborazione da parte sua è un grande stimolo anche per gli operatori. Motivo per il quale si tende a non mollare mai anche se è veramente molto difficile non fermarsi! Penso sia fondamentale supportare le famiglie anche a livello psicologico e permettere al bambino di avere il più possibile di stimoli positivi. Inoltre bisogna porre attenzione costante ed informare più possibile la popolazione e soprattutto fare corretta informazione riguardo ai vaccini esavalenti: troppe le “coincidenze“ di bambini cambiati a seguito dell’iniezione.

Nel progetto denominato: “Echocilia” un noto fotografo americano ha raccolto immagini che ritraggono la vita di tutti i giorni dall’età di tre anni del figlio Elijah.

Chiudo questo articolo con una frase che Timothy Archibal ha dedicato a suo figlio Elijah:

“Io non voglio che Elijah pensi di essere normale.

Voglio che lui abbia la consapevolezza di essere diverso, ma che questo non sia necessariamente un male.”

Norman di Lieto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Molestia, cosa sarebbe?

In questi giorni di “tam-tam” continuo mi sono chiesto che cosa fosse.

Avendo avuto la fortuna di non averne mai subita una e, fino a prova contraria, perpetrata.

Credo sia un terreno scivoloso su cui impostare una discussione, dove chiunque abbia preso posizione l’ha fatto, come sempre, comportandosi da ultras di una fazione piuttosto che dell’altra.

Perché il dibattito attuale è diventato talmente “povero e spicciolo” che alla fine o si è con chiunque la denunci, “senza se e senza ma”, dall’altra parte, c’è invece chi, dimostrandosi poco propenso a credere alle denunce postume, passa per “machista” o prevaricatore a prescindere.

Lo scetticismo, come forma mentis, possiamo ( ancora ) contemplarlo?

La parola dell’accusatore contro quella dell’accusato e che, spesso, sono divergenti.

E’ un argomento “molto scivoloso” e cercare di comprenderne il significato e la linea di confine che, una volta oltrepassata, sconfina nella “molestia” non è semplice.

Ma vediamo il significato di questo termine, nell’immagine qui sotto.

molestia

Mettiamo, intanto, dei punti fermi: chi ha subito una molestia e trova il coraggio di raccontarlo, va aiutato due volte.

Una prima volta perché dover far riemergere ricordi assai spiacevoli e destabilizzanti non deve essere facile per nessuno.

Una seconda volta, perché dovrà essere supportata in maniera ancora più decisa: per il coraggio che la persona dimostra nell’affrontare nuovamente quel calvario già vissuto, suo malgrado, in precedenza.

Ma ciò che mi colpisce è anche l’aspetto giuridico: “qualsiasi atto che comporti menomazione o soppressione del potere di godimento spettante al titolare di un diritto”.

Che cosa vuol dire?

Significa che se sono un’attrice ( cito volutamente questo genere di professione per il caso Weinstein ) e voglio una parte in un film, ne ho pieno diritto. Ma, se per averlo, devo passare dal: “Falò del Produttore” ( libro sui soprusi dei produttori di Hollywood negli anni ’50, ndr ) siamo di fronte ad una molestia.

Una molestia che è doppia:

  1. perché se accetti l’avance ottieni la parte, dovendoti piegare ad un volere che è un sopruso, un “abuso di potere”;
  2.  perché se non accetti l’avance non ottieni la parte e sei privata in maniera subdola ed arbitraria di godere appieno di un tuo sacrosanto diritto.

Ora, perché tanta “cattiveria” nei confronti di chi denuncia?

Perché siamo così cinici da non crederci?

Perché abbiamo dato per scontato che per arrivare in una certa posizione, senza dubbio qualcuno abbia utilizzato una scorciatoia e, l’altro, titolare di un ruolo e del “potere” gliel’abbia indicata per arrivare per prima ad ottenerla, rispetto a tutti gli altri.

Conosciamo casi, personalmente, in cui è successo?

Conoscere situazioni e dinamiche di questo tipo, ci porta a non credere a prescindere alle denunce che vengono fatte, anche da personaggi famosi?

Abbiamo forse degli stereotipi, duri a morire, due di questi, rimangono capisaldi:

L’uomo: deve essere ricco e potente.

La donna: bella ed attraente.

Se l’uno è ricco e potente, avrà la donna bella ed attraente.

Se la donna è bella e attraente, avrà l’uomo ricco e potente.

Se lo scenario è questo, diventa difficile riconoscere una molestia e mostrare la giusta solidarietà nei confronti di chi, avendola subita, si ritrova a dover combattere anche contro un nemico che non pensava di trovare: la gretta superficialità.

 

 

Midnight in Paris…

Non tutti comprendono fino in fondo la bellezza di Parigi.

Sì è vero, tutti la adorano ed amano fotografarla  negli angoli più conosciuti, turistici e rinoscibili ai più , considerandola come il posto più romantico del mondo.

Nelle mie frequenze parigine ciò che adoro particolarmente  è  vagare e camminare senza meta come un amante impazzito che cerca di inseguire la sua donna,  sperando di ritrovarla ogni volta in un posto diverso, sempre più bello di quello precedente, mentre lei ti attende con elegante disinvoltura, regalandoti, ancora una volta,  emozioni uniche.

Come il protagonista del film di Woody Allen, in: “Midnight in Paris” che vaga come impazzito per la Ville Lumiere in un mix di passione, estasi e follia che lo porta ad immaginarsi insieme ai grandi intellettuali parigini del passato durante le sue passeggiate notturne, incompreso dalla moglie che lo lascia perdersi nel proprio delirio solitario, così io mi immagino che non sia mai troppo tardi per andare a dormire in una città che ha sempre qualcosa da dire, anzi, da sussurrarti all’orecchio con quella sensualità un po’ aristocratica capace di farti perdere i sensi.

E così anche stanotte,  vaneggio su dove mi aspetterai e pensando di continuo a cosa mi dirai ancora una volta,  cammino sorridendo tra gli sconosciuti , senza che questo mi abbia ancora stancato.

Succederà un giorno?

Non credo, Paris.

#ditantoamore

 

 

 

 

 

TOTO’ e i 50 anni dalla sua morte

A 50 anni dalla morte del Principe Antonio de Curtis, in arte Totò, mi piace ricordare due sue poesie: una, “A Livella” conosciuta da molti, e che io scoprii a 10 anni, quando mio nonno Michele amava leggermela, per insegnarmi che le differenze tra una persona ed un’altra esistono solo durante la nostra esistenza terrena ( seppure anche qui, non mi piacciono affatto ) ma che poi tutto si livella, così come scriveva Totò nei suoi versi.

 

L’altra, invece, è uno scritto inedito. Sono versi che raccontano la diffidenza di un quarantenne nei confronti del matrimonio e dell’idea di sposarsi, fondamentalmente, con un’estranea e, che recita, così:

‘O matrimonio

M ò songhe n’ommo anziane:

stonghe ‘nzurdenno ‘e recchie

e ‘a vista s’alluntana!

Ero ‘nu schiavuttiello:

mo songhe fumo ‘e Londra!

Zumpavo ‘a campaniello

e mò tutto me và contro.

S’allasca la memoria…

me scordo tutte cosa:

me faccio ‘o promemoria

si voglio fà quaccosa!

Mammà mi disse: «Sposati,

ormaie tiene ll’età!»

E m’abboffano ‘e chiacchiere

assieme ‘cu papà;

ma io songhe cuntrario,

nun me voglio ‘nzurà!

‘ J tengo tanta esempie,

pecche m’aggià ‘nguaià?

M’aggia spusà ‘na femmena

ca nun saccio chi è…

M’aggià ‘ngullà n’estranea… Chi m”o fa fà e pecchè?

Sapimmo ‘o matrimonio ch’effetto me pò fà?

E si caccio nu vizio

‘a chi ‘o vaco ‘a cuntà?

Può essere maniaca sessuale

e in una notte tragica

me pò fa pure ‘a pella…

‘A chi vaco ‘a recorrere?

‘O conto ‘a don Guanella?

‘J ‘a notte sò sensibile,

me pozzo scetà ‘e botto…

me veco chesta estranea

‘ca se fà sotto sotto!

Mettiamo un giorno a tavola pranzanno, st’assassina,

me mette ‘e barbiturice

dint”o bicchiere ‘e vino…

 

Lost in New York. RIP, Luca.

Sono qui, felice con il mio pc portatile aperto, sorseggiando un caffè caldo e facendo ciò che amo di più fare: scrivere. Sono anche fortunato, la cornice  ( insieme a Parigi )  da cui sono circondato è la mia preferita al mondo, e si chiama New York. Sono pronto a preparare la presentazione del mio Romanzo: “Di Tanto Amore” per il 31 marzo prossimo in costiera amalfitana e a buttare giù qualche idea per il secondo. Il mio volto è raggiante, il sorriso è a 55 denti e tutto mi sembra perfetto. Che cosa mi manca? Niente. E se dovessi fare un’istantanea della felicità, la rappresenterei esattamente così. Poi un messaggio, uno squarcio, un fendente inaspettato: Luca ci ha lasciato.  Ora io una cosa l’ho sempre detta:  non sono ateo, ma non posso definirmi neppure un cattolico praticante seppur in gioventù lo sia stato, perché rinnegarlo? Ho incontrato tante persone meravigliose che mi hanno insegnato tantissimo, dei veri e propri maestri di vita. Ma io sono un dubbioso e penso, semplicemente, che Luca a 45 anni, non doveva lasciarci così presto. Perché non è giusto, perché non c’è ragione alcuna e perché è disumano pensare che i genitori debbano seppellire un figlio.  E il dubbio, dice: “Perché?” Io ho stima sincera per chi crede ciecamente ad un Profeta, ad un Messia o ad un qualsiasi Dio che si chiami come meglio credano o desiderino venga chiamato. Io semplicemente so che Luca, aveva solo 45 anni ed era uno che metteva passione nelle cose che faceva e che si spendeva sempre per gli altri, perché era un generoso. Allora io da dubbioso, dico: “Perché lui, chiunque abbia deciso?” Fisso l’orizzonte sull’East Side e credo che Luca non doveva morire. Non è giusto. Ciao Luca, per te stanotte ho pianto. Che la terra ti sia lieve.

I primi e gli ultimi

Il 2016 si sta chiudendo e, come sempre, anche per chi ha vissuto un anno sostanzialmente positivo, si attende il meglio per il 2017.

E’ nella natura umana, spingersi in avanti a cercare qualcosa di nuovo, di diverso, di più stimolante di quello che abbiamo fatto fino a quel momento.

E se invece, altri, mi pare la maggior parte, considerano il 2016 come uno degli anni più brutti che si possano ricordare, ancor di più tendono a riempire di significato e speranza l’arrivo del 2017.

Ciò che mi ha colpito maggiormente, sono due tra gli ultimi avvenimenti di questo 2016 e che sono, per certi versi, agli antipodi.

Da una parte un calciatore argentino di nome Carlos Tevez strappa un ingaggio in una squadra del campionato cinese che si aggira intorno ai 40 milioni di Euro all’anno.

Dall’altra 1660 e rotti, lavoratori di un call center a Roma chiamato Almaviva, perdono il loro lavoro in un batter di ciglio.

Da una parte ho inserito la cifra che andrà a guadagnare Tevez in un anno e, conti alla mano, siamo a “3milionie333milae33periodico” di Euro al mese.

Dall’altra, uno che da part-time a fare telefonate in un call-centre arriva a guadagnare lordi intorno ai 700 Euro mensili e che, diciamolo, deve essere un lavoro anche particolarmente frustrante: perché la gente se la chiami al telefono è scontrosa,  non ha voglia di essere disturbata a casa e magari ti becchi pure qualche parolaccia.

E quindi, ho pensato che nel 2016, c’è chi come Tevez, fa il calciatore così come ha sempre sognato sin da piccolo, crescendo con il desiderio di diventare un giorno un campione, correndo dietro ad un pallone in uno dei quartieri più poveri nella città di Fuerte Apache in Argentina.

Carlitos ce la fa a realizzare il suo sogno, facendo il mestiere che ama.

E dall’altra, c’è un operatore di un call-centre che fa quel lavoro perché forse in giro non c’è altro e che se anche ci metti passione, nonostante tutto, ti trovi a doverci rimanere aggrappato con la speranza che Almaviva non decida di chiudere, lasciandoti in braghe di tela.

E quando sembra che tutto sia scongiurato e, che per fortuna, bello o non bello, che ti piaccia o meno, comunque tu un lavoro ce l’hai, Almaviva lascia a casa te con un solo tratto di penna e altri 1660 e rotti, lavoratori.

Così immagino i destini così infinitamente lontani di questi protagonisti della fine del 2016.

In bocca al lupo ai lavoratori Almaviva, complimenti a Tevez per essere diventato così desiderato e desiderabile per saper calciare e, bene, un pallone.

Un quadro del Paese desolante

Partiamo dalla fine.

Poletti, Ministro del Lavoro (confermato anche nell’attuale Governo ) afferma che sulla “fuga di cervelli” lui ha una sua personale teoria secondo la quale non è che fossero proprio tutti dei “pozzi di scienza” quelli che se ne sono andati dall’Italia.

E quelli che, come lui, purtroppo hanno deciso di rimanere arrivando a capo di un Ministero che di questi tempi, definire delicato è poco, come dovremmo definirli?

Poi abbiamo un Ministro dell’Istruzione ( new entry invece nell’Esecutivo Gentiloni) che millanta una Laurea che non ha, per poi arrivare a scoprire che ha solo una qualifica professionale e neppure un diploma di scuola media superiore.

Per me, non è tanto la mancanza di una Laurea a scandalizzarmi ma la leggerezza con cui si decide di affermare il falso, ed è questo il vero scandalo che da un Ministro della Repubblica non posso e non voglio accettare.

Non ho mai “misurato” le persone dal loro titolo di studio, vi assicuro che ho conosciuto persone molto preparate, curiose ed intelligenti che non hanno neppure un diploma e che vedrei tranquillamente in posti chiave di qualche impresa, sia essa pubblica o privata.

Poi ho visto persone arrivare in alto, dotate di “pedigree” e dei titoli di studio “giusti” utilizzati più come grimaldello per arrivare a determinati posti chiave ( poi regolarmente raggiunti )  a cui non farei amministrare neppure le mie finanze domestiche già comunque dissestate senza l’aiuto letale di sedicenti Ceo de noialtri.

Credo che in questo triste quadro dello stato dell’Arte, mi pare che una parola sia divenuta ormai “desueta” di questi tempi ed è una di quelle che adoro, perché mi è stata insegnata sin da piccolo: Rispetto.

Quel rispetto che certi personaggi pretendono gli venga riservato, dimenticandosi di doverne dimostrare, in primis, agli stessi dai quali lo pretendono.

E’ un’epoca, quella attuale, dove vince: il più furbo, il più scaltro, il più maleducato, il più faccia di tolla, quello che è più in grado di ricevere fango senza battere ciglio e, prontissimo, a gettarne altrettanto se non di più all’avversario.

Che vinca il più forte, il più arrogante ed il più stronzo che tanto piace ed affascina in quest’epoca mediocre di miserie umane, dove passeggiamo tra le macerie della pochezza che abbiamo costruito in così poco tempo dentro quello che di grandioso, chi ci ha preceduto, aveva costruito con immane fatica.

Vi aspetto.

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“Di Tanto Amore” Non è un romanzo autobiografico, ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale.

Lo dico ai molti che mi chiedono, anche se il personaggio di Zia Anna, scomparsa solo un anno fa è tremendamente vero, ed ancora vivido nella mia memoria.

C’è spazio per Lei, che meritava un angolo del mio libro, dei miei ricordi, per l’affetto che provavo per Lei e per la sofferenza che la sua dipartita inaspettata mi ha causato durante questo ultimo anno.

Ancora adesso non mi sembra possa essere accaduto davvero.

Per il resto, come Autore, ho lavorato di: fantasia, immaginazione e sogni.

Sicuramente il mio più grande è stato quello di vivere come lui, Edoardo, il protagonista del mio primo Romanzo: tra New York, Parigi e Milano.

Ho viaggiato moltissimo nella mia vita, ma sono nato e cresciuto a Gallarate.

La presentazione del Romanzo sarà proprio nella Città dove sono nato e cresciuto, il luogo dove sono sempre tornato dai miei tanti viaggi e dalle innumerevoli esperienze di vita che ho fatto in giro per le città più belle del mondo.

E’ stata la città dei miei primi ( quasi ) 40 anni di vita. Lo sarà ancora? Chissà…

Comunque Vi aspetto, alla Vineria “saditappo” in Via Postporta a ( manco a dirlo ) Gallarate il prossimo 13 ottobre dalle 20.30.

Grazie a chi ci sarà, a chi vorrebbe esserci ma non potrà presenziare e anche a chi, non frega una beata “fava” del mio Romanzo, della presentazione di codesto Libro, così come direbbero i personaggi di “Amici miei” che tanto amo.

A bientôt

 

 

 

 

 

 

Ciao Antonio.

E così Antonio mi fai ricordare quei bei tempi spensierati, quelli delle gite a San Nicolò, il piccolo paese attaccato a Piacenza dove avevi la tua pizzeria in cui Pippo Inzaghi, giovane campione in erba, si gustava le tue pizze, made in Costiera amalfitana.

Marito e padre di due figlie femmine, adoravo il tuo entusiasmo e la tua generosità. Amico della tua figlia più grande, non esitavi un solo istante a spalancarmi le porte di casa tua per accogliermi senza farmi mai sentire come un semplice ospite, ma come uno di famiglia.

Mi ricorderò sempre le partite della Salernitana, di cui eri grandissimo tifoso, che guardavamo insieme: a partire da quel 5-0 che il Piacenza ci rifilò al vecchio “Garilli”, in cui segnò anche Pippo Inzaghi.

Nella curva della Salernitana mi intimavi di sforzarmi a parlare in dialetto visto che la mia “parlata nordica” mi aveva portato ad avere diversi sguardi minacciosi da parte dei nostri stessi tifosi.

“Appena puoi parla in dialetto, Herman!”

Quando decidesti di lasciare San Nicolò piacentino per ritornare a vivere nella tua Maiori, in Costiera amalfitana, per aprire una tabaccheria, questo ci consentì di vedere ancor più da vicino la “nostra” Salernitana allo Stadio Arechi nella grande cavalcata che portò i nostri beniamini, guidati da Delio Rossi, fino alla Serie A.

Non dimenticherò mai la tua simpatia ed il tuo entusiasmo e la capacità, tutta “made in sud” di ridere di ogni episodio che potesse capitare alle nostre esistenze.

Come quella volta che ospite a casa vostra, rimasi chiuso nella doccia senza riuscire ad aprire la porta, rimanendo dentro, intrappolato e, come raccontavi sempre tu, ridendo a crepapelle con gli amici con cui ogni volta ricordavi l’episodio, affermando: “Herman era nudo come un verme dentro alla doccia senza sapere come uscire”.

La stessa porta che dall’interno, non voleva saperne di aprirsi e così, decisi di scavalcare il box, di indossare un accappatoio e di venire a segnalarvi, disperato, il guasto tecnico all’apertura della vostra doccia.

Mariella, la mia amica, la tua figlia maggiore, accorsa insieme a te, con un semplice tocco invece l’aprì con una  naturalezza disarmante che ci fece ridere per circa due ore.

Senza dimenticare che quell’episodio lo raccontavi a chiunque ogni volta che mi vedevi, ridendo divertito come se rivivessi la scena in quello stesso momento.

Mi mancherai Antonio, ma mancherai  ad ognuno di noi che come me, ha avuto la fortuna di conoscerti e di vivere con te esperienze uniche venendo trascinati dal tuo entusiasmo contagioso.

Che la terra ti sia lieve, RIP.

Con affetto,

Norman

 

 

 

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