Anna&Anna: due vite diverse ma entrambe piene d’amore

In una società piena di strutture non solo architettoniche, ma strutture mentali che la società moderna ci fa costruire ancor prima di diventare persone adulte, l’omologazione pare essere diventata una strana regola cui doversi far soggiogare dalla nuova cultura, fatta di tanta immagine e pochissima sostanza.

“Contro il logorio della vita moderna” ( citazione da un film di Totò ) non resta altro che seguire l’esempio delle persone che possano essere prese come stelle comete della  nostra esistenza. Ne abbiamo tutti un gran bisogno credetemi.

Io ne ho diverse ma oggi Vi parlerò di Anna e Anna.

Anna era una contadina, quasi analfabeta, moglie e madre di 5 figli e con l’animo più generoso che io ricordi.

Anche negli ultimi suoi anni di vita in piena sindrome di Alzheimer, se c’era qualcosa dentro al suo piatto la prima cosa che pensava di fare, era quello di offrirtelo.

Nonostante quella maledetta malattia che ti fa regredire da 90 anni a 10 anni, la sua essenza generosa non era stata scalfita in alcun modo.

Non sapeva neppure chi fossi, ma prima di mangiarlo, lei te lo porgeva sempre, a quella sconosciuta seduta accanto a lei, magari chiamata figlia.

La sua vita era stata contraddistinta da un lavoro faticoso, giornaliero e durissimo.

La terra doveva dare i suoi frutti e, con lei, oltre a collaborare ci dovevi anche combattere ogni santo giorno per ricavare ciò che ti prefiggevi.

La terra non la puoi ingannare, la madre terra è maledettamente vera e tu devi essere al suo livello per poterci competere, altrimenti sei fuori.

Quanti bei pomodori, patate, le piante di limoni, le galline, i conigli e i maiali e quanti suoni, colori e quanto sudore dietro a tutto quel ben di Dio che noi rivedevamo su tavole imbandite piene di colori, allegria e amore familiare.

Quel sudore di Anna quando arrivava lo sentivi profumare di fatica testarda, di sacrificio onesto e di voglia di riuscire a (soprav)vivere anche oggi.

Dei suoi 5 figli era orgogliosa e loro erano legatissimi anima e corpo alla loro mamma.

Se io penso alla famiglia, penso a lei, penso ad Anna.

Ma c’è un’altra Anna a cui penso, quando penso all’amore.

Anna viveva sola, non era sposata ma dedicava la vita agli altri.

Anna era un’infermiera, la sua famiglia erano i suoi pazienti.

Tutti i giorni turni infiniti all’Ospedale per la continua carenza di personale.

“Anna ti fermi?”

E lei sempre la prima ad arrivare e l’ultima ad andarsene.

Punto di riferimento imprenscindibile per medici e pazienti.

Amava i suoi fratelli ed i suoi nipoti e loro amavano lei.

Aveva una timidezza disarmante, sempre impaurita nel dire le cose o sempre molto preoccupata nel non disturbare gli altri.

Un pudore indimenticabile.

Pensavo sempre a quanto fosse generosa con il prossimo che le chiedeva aiuto anche se lei invece al prossimo non voleva chiedere nulla, non voleva proprio disturbarlo il prossimo, nonostante l’avesse servito per una vita intera, sembrava fosse capace solo di dare, mai di ricevere.

Una vita dedicata agli altri.

La sua famiglia erano i suoi pazienti e quando se n’era andata erano in tanti a volerla salutare per l’ultima volta, quel prossimo che era diventata la sua famiglia.

Poi, noi, la tua famiglia, i fratelli e i nipoti tutti a rimpiangerti perché anche noi eravamo il tuo prossimo ma avevamo meno bisogno di loro.

E un po’ li ho invidiati quei tuoi pazienti, quelli con cui ti trasformavi, abbandonando timidezza, pudore e facendo intravedere un’altra Anna così diversa a quella cui ci avevi abituato.

Se dovessi avere mai una mia famiglia o se non dovessi mai averne una, in un modo o nell’altro basterà seguire l’esempio di Anna &Anna.

Addio e che il vostro esempio possa fare proseliti.

 

 

 

 

Che cosa dice Ermanno Olmi, posto fisso o l’anima salva?

Credo di far parte di una generazione quella nata negli anni 70 che Andrea Scanzi, giornalista de: “Il fatto quotidiano” ha definito giustamente come: “La generazione perduta”.

Lasciamo stare che il nostro Presidente del Consiglio Matteo Renzi, nato nel 1975 è a capo del Governo italiano ( senza essere stato eletto dai cittadini, particolare non certo secondario ) nonostante questo è uno che nella vita è riuscito ad arrivare in alto, molto in alto.
Anche se l’ex Direttore de: “Il Corriere della Sera” Ferruccio de Bortoli nel suo ultimo editoriale prima di lasciare la guida del quotidiano di via Solferino, si è fatto qualche legittima domanda su questa sua incredibile ascesa al potere.

Tolte le solite eccezioni, confermo come la nostra generazione sia andata perduta.

Oltre a questo, ha vissuto e vive tuttora nella cosiddetta “Terra di mezzo”.

Convinta dai propri genitori sulla bontà del posto fisso e a tempo indeterminato così come da loro conquistato e voluto tenacemente.

Noi abbiamo accolto le loro richieste, ci siamo presi ciò che non ci eravamo conquistati e che comunque poteva farci sembrare d’avere un futuro ed una pensione alla fine della nostra attività lavorativa.

Ma nel frattempo uno “tsunami” chiamato in diversi modi, quali: globalizzazione, crisi economica, dumping salariale, concorrenza ci ha fatto comprendere come stava nascendo un’altra generazione di giovani destinati ad essere precari.

I ragazzi degli anni 90, disincantati che non sanno neppure che cosa sia un contratto a tempo indeterminato e che se va bene, si vedono rinnovare il loro contratto di lavoro di mese in mese.

Ma nonostante questo, vivono il loro continuo presente, dove non sanno di che “morte dovranno morire”, o che tipo di vita potranno vivere.

Una coppia di ragazzi di questa generazione qualche giorno fa mi ha raccontato come hanno organizzato le loro vacanze estive. Prima di acquistare il biglietto, hanno atteso il tanto desiderato rinnovo del contratto.

In tutto questo, pensate che il periodo di ferie venga loro pagato?

Ma scherziamo, vero?

Il contratto scade al 31 luglio e verrà rinnovato il 1 settembre, e quindi: Buone vacanze!

Ma, per fortuna, il contratto di lavoro sarà rinnovato… per un altro mese… poi si vedrà.

In tutto questo, nella nostra confort zone di giovani degli anni 70 che hanno conosciuto contratti di lavoro a tempo indeterminato, con ferie, maternità, malattie e diritti quando vedono queste situazioni rimangono spiazzati, senza parole, paralizzati, increduli.

Non comprendono, non capiscono come si possano accettare queste condizioni.

Lo so, tutti mi dicono, in mancanza d’altro che cosa possono fare?

Voi siete dei privilegiati!

Personalmente, non mi sento un privilegiato.

Sento invece che anche questi giovani debbano finalmente avere dei contratti di lavoro regolari, un futuro, una possibilità di scegliere come l’abbiamo avuta noi.

La deregolamentazione ha portato solo flessibilità e precarietà che non aiutano certo la crescita del nostro Paese e i numeri lo dimostrano ogni santo giorno.

Poi, leggo un’intervista ad Ermanno Olmi che capovolge tutto il mio pensiero, la mia visione.

“Molti lavoratori hanno compreso che il posto fisso è una fregatura” ha sentenziato al quotidiano: “La Repubblica” in un’intervista di qualche giorno fa.

Poi il giornalista gli ha chiesto, se dovesse fare un film sul lavoro oggi?

«Racconterei la solitudine di chi, avendo venduto l’anima alla certezza del posto, si sente più servo che persona con la sua individualità. È ciò di cui ha bisogno il grande sistema industriale, dipendenti come servitori. La speranza? Credo che le crisi che stiamo vivendo siano un segnale da prendere come nuova speranza. Molti giovani capiscono che il posto fisso può significare la rinuncia alla propria anima».

In tutto questo, io continuo a pensare che i giovani debbano lottare per ottenere i propri diritti, di non dare nulla per scontato e di chiedere qualcosa di meglio per loro stessi e per il loro futuro, saranno loro a guidare il nostro Paese un giorno.

La visione di Olmi è l’opposto della mia.

Chissà invece che ne penseranno i ragazzi degli anni Novanta.