Quando vai ko(e non solo),leggi un libro

Dallo scorso fine settimana, sono letteralmente crollato: nulla di grave, un’influenza infingarda di quelle che oltre a debilitarti nel fisico, ti porta giù anche nel lavoro intellettuale.

Che è quello che più mi serve: pare che tutto si annebbi e, oltre alla stanchezza cronica, non riesci neppure a scrivere due righe.

In compenso, però, ho letto.

Un romanzo di uno scrittore ungherese, Sándor Márai: “Confessioni di un borghese” acquistato da mio padre, a cui ho chiesto di passarmelo una volta finito.

Uno scrittore clamoroso e una storia – la sua – che mi ha colpito; senza scomodare Goethe (autore che tra l’altro viene citato spesso da Márai nel libro) con le sue ‘Affinità elettive’ ho trovato tra le righe di quest’opera di 500 pagine, troppe analogie con quello che sto vivendo, che sognavo e che sogno.

Il caso non esiste, pensavo mentre lo leggevo: mio padre che acquista il volume dopo aver letto una recensione di questo autore nelle pagine culturali del ‘suo’ quotidiano; io che mi ritrovo nel passato, presente e, incredibilmente, futuro della mia esistenza mentre divoro ogni singola pagina di quest’opera straordinaria.

Dicevamo di quelle che si chiamano coincidenze che, forse, a causa dell’età che avanza tendi ad identificare con qualcos’altro: fato, magia, destino.

E di questo s’è trattato, ne sono certo.

Un libro che si ambienta (anche) in una città tedesca dove presto andrò (chi mi segue con assoluta costanza lo scoprirà presto) e che racconta la storia, autobiografica, di Márai e delle sue (dis)avventure come giornalista e scrittore.

Un libro che mi ha insegnato quello che ancora non sapevo e mi ha fatto conoscere la città che vivrò intensamente grazie ad un progetto professionale – oltre che stimolante – assolutamente di grande interesse civile.

Gaia Trussardi, il coraggio di scrivere alla morte

Provo un grande affetto per la famiglia Trussardi, probabilmente perché sono stato da giovanissimo un dipendente della loro azienda dal 2000 al 2005.

Quando entrai in quella che più che una Società per Azioni sembrava una famiglia allargata, Nicola era scomparso tragicamente da un anno: era a capo dell’azienda di famiglia che era stata fondata da Dante Trussardi nel 1911 e che produceva guanti di pelle.

Nicola, con la moglie Maria Luisa, attua la rivoluzione in azienda: la plasma a sua immagine e somiglianza allargandone la produzione, in un’ottica che i sociologi dei consumi chiamano di brand stretching, non solo guanti ma anche accessori, abiti, piccola pelletteria e valigeria, inventando il logo del Levriero, diventato simbolo del brand.

Poi, come detto la tragedia della scomparsa di Nicola nel 1999 e l’azienda che passa ai figli, con Francesco come amministratore delegato.

Per la festa di Natale, nel 2002, la famiglia Trussardi invitò noi dipendenti a Villa Trussardi a Bergamo Alta: ricordo ancora, ognuno di loro. Ci accolsero in maniera sublime, c’erano Maria Luisa, Francesco, Beatrice, Gaia e Tomaso.

Solo qualche settimana dopo, Francesco Trussardi perse la vita, anche lui come il padre in un incidente stradale.

Il dramma si era ripetuto in un lasso di tempo maledettamente breve.

Oggi ho letto una toccante intervista a Gaia Trussardi, in occasione dell’uscita del suo libro: “Cara morte, amica mia” dove racconta quello che è accaduto alla sua famiglia, definita da molti media la famiglia Kennedy italiana per le disgrazie che le sono capitate, ma – più di ogni altra cosa – Gaia racconta quello che è accaduto a lei.

Partendo dal presupposto che nascere in una famiglia ricca, conosciuta e privilegiata le abbia quasi tolto – inconsciamente – il diritto di poter soffrire così come ha dichiarato nell’intervista, Gaia Trussardi nel suo libro guarda negli occhi la morte e il dolore che provoca, cercando di sopravvivere ad una doppia ed insopportabile perdita.

Nel suo libro definisce la morte “cara amica” e “sorella siamese” perché, a suo avviso, lo scopo del libro è quello di imparare a non farsi sopraffare dalla sua paura che se non l’affronti, t’inchioda.

Quando morì il padre, fuggì a Londra dove studiava, schiacciata da quella perdita improvvisa ed inaspettata; mentre quando qualche anno dopo morì tragicamente anche il fratello Francesco, Gaia comprese come non si possa più fuggire, ma solo restare accanto alla persona che in quel momento aveva più bisogno di lei: sua madre Maria Luisa.

Da quel momento comprende così come l’esistenza non finisca con la morte.

In questo libro, Gaia Trussardi, 45 anni, 2 figli dal primo marito e oggi sposata con l’attore Adriano Giannini, ha voluto sottolineare come:

“La nostra società esclude l’idea della fine. Volevo condividere la mia esperienza e magari aiutare chi non riesce a tradurre in parole quello che sente”.

Un libro coraggioso scritto da una ragazza fortunata diventata donna sfortunata in una manciata d’anni, affrontando con coraggio un tragico destino che ha strappato alla sua famiglia un marito e padre, un figlio e un fratello.

Da leggere anche per imparare che il destino non guarda in faccia a nessuno, ma non per questo non si possa affrontare con coraggio e guardandolo dritto negli occhi.