Eterni apprendisti

Questa è la storia di un giovane che a 30 anni ha deciso dopo varie esperienze all’estero, di tornare in Italia.

Oggi invece, tanti come lui, fanno il percorso inverso, dall’Italia che non offre più nulla, verso nuove destinazioni estere, alla ricerca spasmodica di un lavoro e uno stipendio degni di questo nome.

Stefano a 18 anni ha lasciato l’Italia deciso a vivere un’esperienza di vita e di lavoro in Scozia e  in Australia.

Gli anni trascorsi prima a Glasgow e poi a Sidney sono stati entusiasmanti, divertenti e pieni di vita: lavoro e divertimento, guadagni e capacità di risparmio notevoli, impensabili nel nostro Paese.

“Sono stati 10 anni favolosi che non dimenticherò mai” afferma Stefano e continua: “Avrei potuto rimanere ancora un anno in Australia fino al compimento dei 30 anni, ma ho preferito tornare dalla mia ragazza cui era scaduto il visto turistico”.

L’arrivo in Italia però, ha portato a Stefano brutte sorprese.

“Prima di tutto la difficoltà a trovare un impiego e, non ultimo, il tentativo continuo, da parte dei datori di lavoro, di non voler riconoscere in alcun modo gli anni di esperienza svolti all’estero, sono stati davvero un grande problema”.

L’onda lunga della crisi Stefano la sta vivendo solo ora, dopo che l’Australia sembrava così lontana, non solo dal punto di vista geografico ma anche da quello relativo alla crisi economico-finanziaria.

“E’ stato traumatico dover accettare stipendi miseri e con contratti di apprendistato come se i 10 anni di esperienza in questo mestiere e per di più effettuati all’estero, non contassero nulla”.

Stefano a 30 anni non arriva a guadagnare neanche 900€ al mese e facendo il cameriere di sala in un grande ristorante di Milano ha dovuto accettare il contratto di apprendista.

“Con tutto il rispetto per colleghi più anziani di me, non credo di dover apprendere come un ragazzo di 18 anni che inizia adesso a fare questo mestiere, sono certo che 10 anni di esperienza professionale continua, misurandomi anche con realtà estere, differenti per cultura dalla nostra, mi hanno insegnato tantissimo:  non posso essere messo sullo stesso livello di un ragazzo che inizia oggi questo mestiere”.

Perché in Italia ci chiediamo, una persona deve partire sempre daccapo ?

Sembra il Paese degli “Eterni apprendisti”.

Berlusconi condannato. E ora?

E’ un pò come evocato dal regista Nanni Moretti nel finale drammatico del film: “Il Caimano”, ideato e pensato a immagine e somiglianza di Silvio Berlusconi.

Un tribunale e il Giudice che emette la sua sentenza nei confronti del protagonista indiscusso della vita politica e non solo, degli ultimi 20 anni di storia italiana.

Come la si pensi, un personaggio che ha unito e diviso allo stesso tempo come nessuno mai, forse anche più di quel Giulio Andreotti che ha attraversato la storia della prima Repubblica, con le sue stragi e i suoi misteri.

Ma non dimentichiamo che il Divo Giulio ha altresì accompagnato, l’Italia verso il suo continuo benessere,  che gli anni del Boom economico hanno ingigantito in maniera esponenziale. E Andreotti c’era, nel bene e nel male.

Sia che lo si pensi un diavolo o un grande Statista.

Mentre Berlusconi ha rappresentato nel 1994, anno delle sue prime elezioni politiche vinte, il nuovo.

Quel Silvio Berlusconi che entrò in politica dopo le stragi di mafia del 1992 dove morirono i Giudici Falcone e Borsellino, dopo le bombe del 1993  a Firenze e a Milano, dove lo Stato avviò una trattativa con la Mafia per fermare la stagione stragista di Cosa Nostra nei confronti delle istituzioni.

Quando irruppe sulla scena politica, il Cavaliere dopo che la Prima Repubblica veniva spazzata via da Tangentopoli portando alla scomparsa di un’intera classe politica della Dc e del Psi, tutti seguirono questo imprenditore spavaldo e vincente, in molti non si fidarono della gioiosa macchina da guerra guidata da Achille Occhetto, allora Segretario del Pds.

Il Pci, allora divenuto Pds, passò indenne dalla scure dei magistrati, l’unico nel terremoto Mani Pulite, che spazzò via tutti i vecchi partiti, ad esclusione, appunto, del Pds, ma non passò indenne dalla cabina elettorale, uscendo tremendamente sconfitto dalle urne.

Furono innocenti reali o graziati dai magistrati?

Ancora oggi, il dibattito è aperto ed è una ferita viva tra chi vuole ridurre tutto ad uno scontro tra Guelfi e Ghibellini: da una parte i giudici comunisti e la sinistra italiana che la difende e viene a sua  volta difesa e, dall’altra, il Pdl con Silvio Berlusconi che afferma che i giudici sono di sinistra, comunisti e tutti politicizzati.

Era così nel 1994 e lo è tuttora, soprattutto dopo la sentenza della Cassazione che ha confermato i 4 anni di condanna a Berlusconi.

Chi nel Pdl evoca una guerra civile o manifesta in Piazza contro la persecuzione giudiziaria che il loro Premier sta, a loro dire, subendo da 20 anni.

Dall’altra parte tra Pd sempre più in balia degli eventi, siano essi esterni che interni al proprio partito e, last but not least, quel Movimento 5 Stelle che rimanendo coerente nelle sue posizioni, sembra aspettare,  un’attesa che agli occhi dei detrattori politici di Grillo significa immobilismo e paura di assumersi responsabilità politiche di governo.

In tutto questo scenario così immutato e mai cambiato in 20 anni di storia del Paese, si ha la netta sensazione che nulla sia cambiato in un ventennio di berlusconismo e di antiberlusconismo convinto, lasciando il nostro Paese ai margini dell’Europa in fatto di crescita, sviluppo e stabilità politica con le conseguenze che tutti noi tristemente conosciamo.

 

Moda italiana, che succede?

E’ di questi giorni la notizia che un’altra Azienda storica del lusso italiano Loro Piana ha ceduto la proprietà al colosso francese LVMH.

Qualche tempo prima la Bulgari aveva seguito lo stesso percorso.

Resistono: Prada, Giorgio Armani e pochissimi altri, penso per esempio, alla famiglia Missoni, a mantenere il controllo totale dell’Azienda, senza acquisizioni, fusioni o interventi di qualche fondo estero per cedere una quota della società.

Nei vari dibattiti di questi giorni, è prevalsa forse una certa “miopia” nel leggere gli avvenimenti.

Da una parte la paura di lasciare ai colossi francesi con la logica delle acquisizioni, quel patrimonio che i marchi italiani hanno rappresentato anche per il Paese stesso.

E uno Stato che, impotente, non fa nulla, o peggio soffoca le Aziende con la burocrazia e una imposizione fiscale altissima, quasi insostenibile per molte realtà della moda.

Dall’altra, con l’acquisizione di questi marchi come Bulgari e Loro Piana, per citare gli ultimi due in ordine di tempo, bisogna valutare di come l’eccellenza venga riconosciuta dai grandi colossi francesi che investono risorse per acquisirne il controllo.

Se un’Azienda italiana viene valutata molto significa che il “Made in Italy” vale molto e che, lo stesso patrimonio di conoscenza e di esperienze professionali, viene mantenuto nel tessuto nazionale e non esportato in Francia.

Ma dove sta la verità?

Questa volta, non propriamente nel mezzo.

In un mercato globale e sempre più concorrenziale i grandi marchi hanno bisogno di grandi investimenti per far fronte a nuove aperture di punti vendita in ogni parte del mondo che, continuamente, richiedono la presenza di questi marchi in tutti quei Paesi che vivono il lusso come “lifestyle” e come punto di riferimento indispensabile: si pensi ai nuovi mercati asiatici, russi e dei Paesi Arabi, Dubai su tutti.

Solo i grandi colossi oggi, riescono a consentire questi investimenti così continui e massicci.

E’ in crisi il concetto di azienda familiare come Bulgari e Loro Piana, che da soli, non possono più far fronte alla continua richiesta di immissioni di Capitali che la Moda e il Lusso richiedono e pretendono ogni giorno.

In una recente intervista, Patrizio Bertelli, affermava come fosse stato fondamentale per Prada, a causa di un forte indebitamento, decidere l’ingresso in Borsa, avvenuto poi con grande successo per l’Azienda.

Rimanendo, uno dei pochi a “ballare da solo” senza acquisizioni da parte dei grandi colossi francesi.

Già i francesi.

Forse la domanda che bisogna porsi è questa: perché due dei più grandi colossi internazionali della moda e del lusso sono rigorosamente francesi?

Che cosa sono riusciti a fare più di noi per arrivare a sviluppare un sistema che non solo regge ma che, allo stesso tempo, consente loro di acquisire, investire e arricchire sempre più il portafoglio di brand a loro disposizione?

Hanno fatto sistema, un termine ultimamente molto abusato e che sembra non significare granché.

Si tratta sostanzialmente, di remare insieme nella stessa direzione: imprese, banche e amministrazione pubblica per mantenere, innovare e creare nuove opportunità di business, nuove professionalità, nuova ricchezza per il Paese.

La Francia lo fa ormai da diversi anni e con i risultati eccezionali che sono sotto gli occhi di tutti, l’Italia non ancora.

Mettere il bavaglio al web non è la soluzione.

C’è chi lo considera sacro, intoccabile, la panacea di tutti mali, chi invece non lo conosce e ne limiterebbe di molto l’utilizzo, considerandolo quasi una scocciatura di questi tempi moderni.

Eppure, come sempre, la verità a mio avviso sta proprio nel mezzo.

Il “Web” e il popolo indistinto della Rete, ci hanno svegliato dal torpore: c’è chi ne ha goduto e chi lo ha fatto quasi con insofferenza.

Eppure, non condivido, per esempio: chi con pseudonimi, facce finte, crea account farlocchi, nascondendosi dietro a una maschera che rappresenta unicamente la propria vigliaccheria, sfogando istinti repressi nella vita quotidiana, nella società reale, per scaraventarli poi con violenza dentro ai “Social”.

Questi “Cuor di leone 2.0” prendono di mira qualsiasi personaggio, sicuri di poter passare indenni davanti a qualsiasi tipo di sanzione, consentendogli così di poter dare impulso ai propri istinti primordiali causati, spesso, dalle proprie frustrazioni personali.

Credo che, come sempre accade, anche le invenzioni più straordinarie come i “Social network” poi possano essere utilizzate anche dagli imbecilli, ahinoi.

Anche se per fortuna rimangono ancora una esigua minoranza.

Prendiamo uno strumento come Facebook o lo stesso Twitter: essi, ci consentono, utilizzati nel modo giusto, di poter entrare in contatto in maniera diretta e con assoluta immediatezza, per esempio: con un leader politico, uno sportivo, uno scrittore che amiamo per chiedere, scoprire o fargli conoscere il nostro punto di vista.

Questo sarebbe l’uso ideale del social network.

Se poi ad alcuni serve solo per sfogare le proprie frustrazioni, per insultare o peggio ancora minacciare, credo che il problema non sia dei social network, ma semplicemente che: “la mamma degli imbecilli sia sempre incinta”.

Se alla base di questi comportamenti disdicevoli sui social network da parte di alcuni, ci sono, poi, nell’ordine: ignoranza, vigliaccheria e incapacità di argomentare le proprie opinioni, non è che buttando il bambino con l’acqua sporca che si risolverà il problema.

Il tema di fondo da analizzare è, a mio avviso, la mancanza di cultura, di senso civico e, soprattutto, di educazione.

Avete mai provato a ricevere una mail ricca di insulti e poi chiedere a quella persona di incontrarsi per sentire le sue argomentazioni?

A me è successo, l’insultatore via web, da Leone dietro al pc, una volta posto di fronte ad un caffè, al mondo reale e alla mia faccia si è trasformato magicamente in un docile agnellino, senza argomentazione alcuna.

Quasi fosse un’altra persona.

Ma questo sarebbe un altro tema che approfondirò in un prossimo post.

Il tema sarà: “la vigliaccheria ai tempi di internet”.

Tutto cambia, nulla cambia.

Partiamo da un dato incontrovertibile: al Times e al New York Times dei 7 anni inflitti a Silvio Berlusconi non interessa poi molto.

Nel “day after” della sentenza, solo un piccolo trafiletto tra le news a scorrimento veloce, mescolate a tante altre forse, per loro, addirittura più interessanti.

Invece in Patria, si scatena come sempre, la guerra sterile tra berlusconiani e antiberlusconiani che, sinceramente, trovo stancante da quando mi sono affacciato al voto, proprio nell’anno della nascita di Forza Italia, te guarda un po’ le coincidenze.

E nel 1994, tutto sembrava limitato a questo: con Berlusconi per il rinnovamento, con gli altri per il conservatorismo.

Volete i comunisti? Siete comunisti?

No, allora votatemi.L’uomo che si è fatto da solo, colui che tutto può.

Questo portava di nuovo Silvio Berlusconi. Un uomo prestato alla politica, che odiava i mestieranti della politica, salvo poi anche lui, trovarsene accanto diversi, che il mestiere lo fanno da sempre.

Il Cavaliere come un’alternativa, una speranza di novità, di riformismo, di dinamismo. Come tutto quello che è nuovo, d’altronde.

Se poi in questi ultimi 20 anni il dibattito politico italiano, alimentato dai talk show televisivi, con giornalisti con ingaggi milionari, assecondavano solo ed esclusivamente questo miope dualismo, la colpa è anche nostra.

Campioni del mondo del lamento fine a se stesso o, sostanzialmente, del prendere atto solo a giochi fatti che ci hanno fregato.

In un certo senso, spettatori passivi di ciò che ci capita attorno, senza mai esserne davvero protagonisti in prima persona.

“Non chiedetevi che cosa lo Stato possa fare per Voi, ma Voi che cosa potete fare per lo Stato” diceva Kennedy.

La Prima Repubblica se ne andava via, con la gente arrabbiata e desiderosa di un cambiamento.

E Berlusconi lo rappresentava.

Come alle ultime elezioni lo rappresentava Beppe Grillo, non a caso oggi parliamo di Terza Repubblica alle porte.

Oggi, con questa sentenza, tutto cambia, nulla cambia.

Silvio Berlusconi andrà a parlare da Enrico Letta, Presidente del Consiglio non eletto da nessuno e chiederà qualcosa.

Ci sono anche oggi, chi si straccia le vesti per questa sentenza politica mentre gli altri festeggiano.

E io non mi sento parte di nessun partito.

Su Berlusconi credo semplicemente ciò che affermava Gianni Riotta recentemente che, alla fine di tutto, sarà la storia a giudicare perché in questi 20 anni di potere politico non ha apportato ciò che da lui ci si attendeva, come: riforme, innovazione, meritocrazia, lavoro e ammodernamento della macchina dello Stato.

Sugli altri, gli antiberlusconiani, continuo a domandare loro perché abbiano puntato in 20 anni di vita politica a vedere il Cavaliere come una sorta di demone.

Perché non proporre e studiare invece, un’alternativa a livello politico, presentandovi così agli elettori con un programma che fosse votato dalla maggioranza degli italiani ormai stanchi del berlusconismo?

Ma non facendo ciò, gli antiberlusconiani sono riusciti nell’impresa di perdere una partita già vinta.

E poi, in mezzo, c’è Grillo che aspetta non si sa bene che cosa. O forse semplicemente aspetta, perché in questi casi l’attesa è la migliore delle strategie possibili.

Non toccate quel parco pubblico ad Istanbul

Si era partiti con un sit-in pacifico per difendere l’esistenza di un parco pubblico nel centro di Istanbul.

Poi, Piazza Taksim è diventata un simbolo dai diversi significati.

Il primo, quello più antipatico, è rappresentato dal potere di Erdogan, il premier turco che, attraverso l’uso della forza, ha brutalmente soffocato una protesta democratica.

Peccato che le immagini della polizia turca che utilizza spray urticanti contro i manifestanti hanno fatto il giro del mondo e, l’opposizione all’operato del governo di Ankara, è aumentata in tutto il Paese e oltreconfine, dove il mondo intero si è domandato di come anche un Premier democraticamente eletto, possa diventare un pericoloso despota.

Erdogan, è stato votato dal 50% dei turchi, ma sembra disprezzare e infischiarsene dell’altra metà del Paese e, allo stesso tempo, sembra non voler recitare alcun “mea culpa” nella gestione dei modi con cui si è mosso il Governo turco nei confronti dei manifestanti.

Un clima di repressione talmente autoritario che ha costretto il Presidente turco Abdullah Gul ad intervenire facendo sì che la Polizia abbandonasse la Piazza mentre, allo stesso tempo, Erdogan non retrocedeva poi molto, affermando di non voler tornare indietro sulla decisione di costruire un centro commerciale. Al massimo, ha affermato in una trasmissione televisiva, potremmo costruire una Moschea. Insomma, il Parco morirebbe comunque, nonostante tutto.

Il secondo aspetto, non meno inquietante, è rappresentato da come il potere politico abbia annientato i media e la loro indipendenza. In Turchia, vige un controllo ferrato, su editori e giornalisti.

Questi due aspetti sono legati a doppio filo con l’eccesso di potere e di autoritarismo nelle mani del Governo Erdogan.

E per un Paese che si candida da diverso tempo ad entrare nell’Unione Europea, questo è davvero inquietante.

Prima degli episodi di piazza Taksim, la Turchia rappresentava e, rappresenta tuttora, un’economia emergente, in salute ed in costante crescita. E con un Governo stabile. E ora?

Dal sit-in pacifico fino alla brutale repressione del Governo sui manifestanti, l’immagine di questa Turchia più moderna, ricca e più occidentale, ne esce molto più appannata con troppe zone d’ombra e con un’idea più opaca del Paese da parte dell’opinione pubblica internazionale.

L’uomo col megafono

Mi sembra davvero che urlare sia diventato di moda.

Ma stiamo parlando di urlare per non far sentire ciò che dice l’altro: negli ultimi 20 anni i talk show hanno rappresentato la forma più mediocre di comunicazione, dove vince sempre chi urla di più e chi ha vinto nella vita, da sempre, lo scudetto dell’arroganza.

Una incapacità di comunicare a 2 vie: comunicare e ascoltare. Qui si urla e basta e non si capisce mai che cosa vogliano comunicare tante persone.

Mettiamoci poi gli insulti gratuiti, epiteti e il denigrare continuamente l’interlocutore, così ci si rende conto di come, in questo periodo storico, davvero ci ritroviamo a vivere nell’inciviltà.

In molti mi chiedono: come faccio a comprendere le differenze tra Grillo, Pd e Pdl?

Non parliamo di slogan, ma di contenuti: chi saprebbe affermare su diversi temi questi partiti in che cosa si differenziano gli uni dagli altri?

Eppure ci sono trasmissioni tv a carattere politico o pseudo tale in un numero imbarazzante ma nessuna di questa ha aiutato a far capire a molti elettori le sostanziali differenze fra questi schieramenti.

Non è un caso che, alle ultime elezioni politiche, questi 3 partiti /  movimenti si siano divisi quasi in parti uguali il numero di voti.

 

La generazione perfetta non è la nostra

Quando si afferma che, la generazione che ci ha preceduto ha avuto più opportunità di noi, non si sbaglia.

Non si sbaglia perché come diceva una mia collega giornalista, di ritorno da un viaggio comune a Roma per seguire le elezioni politiche del 2008: “Viviamo la piramide rovesciata”.

Ed io che inizialmente non capii, le chiesi di spiegarmi che cosa intendesse dire.

“Semplicemente, caro collega, che non avremo e non potremo mai avere le stesse opportunità di vita e professionali della generazione che ci ha preceduto. In passato, anche a bassa scolarità si potevano puntare mete ben superiori rispetto ad un titolo di studio che fosse pure una semplice licenza media inferiore. Oggi ti ritrovi con laurea, master ed esperienza all’estero e sei (quasi) a spasso. Ed eccoti dunque servita la piramide rovesciata”.

Ho letto con molta attenzione ciò che ha scritto Deaglio qualche giorno fa su: “La Stampa” definendo i settantenni di oggi “La generazione perfetta” quella generazione di ragazzi che, usciti testimoni dalla fine di una guerra devastante, hanno iniziato il loro lungo ed entusiasmante percorso di vita in un continuo e costante miglioramento.

Ma dagli anni Sessanta in poi, tutto sembrava possibile, raggiungibile e a portata di mano.

Certo in Italia, il familiarismo, la raccomandazione, il conoscere qualcuno, sono stati da sempre fenomeni insiti nella nostra cultura molto attenta a valutare chi si prendeva, spesso basandosi poco sul merito e più sulle rassicurazioni che un conoscente comune poteva darti in merito alla persona che stavi per assumere.

Ma nonostante una buona dose di “figli di, raccomandati, amanti, parenti, conoscenti e amici degli amici di qualche politico o politicante che dir si voglia, anche la persona meritevole aveva un suo spazio, perché c’era tanto spazio, c’era il boom economico”.

Oggi con la crisi, se qualcuno vi dice che in Italia vanno avanti (anche) i meritevoli, fategli pure una bella pernacchia.

Perché nonostante siano aumentate le possibilità, viceversa sono diminuiti i posti vacanti, perché già colmati da chi conosce qualcuno e, dato che lo spazio è molto poco, tu anche se meritevole non ci stai più dentro a quel recinto di persone che potranno entrare a far parte di quell’ambito lavorativo e, dunque, sei fuori. E ti vedi sorpassare da raccomandati, amanti, figli di, conoscenti di chicchesia e te li ritrovi “con il coltello tra i denti” perché sanno che se prima erano lì perché tanto c’era spazio per tutti, ora che non c’è più spazio per tutti, diventano più agguerriti, ma soprattutto più cattivi, e così volano i colpi proibiti, si gioca sporco.

E comunque, quelli bravi rimangono fuori. E se sono dentro, a qualche compromesso sono dovuti scendere.

Non credete a chi vi dice che i meritevoli vengono fuori: in Italia, di certo, no.

E ripeto, in Italia, no.

Non esiste nel nostro Paese una vera e propria cultura meritocratica, che è di fondo, una componente tipica delle culture anglosassoni, non certo di quelle del sud Europa.

In  passato, anche chi ce l’ha fatta, senza appoggi e solo con le proprie forze, faceva parte della generazione perfetta e in questi tempi moderni, non potrebbe rifare lo stesso percorso di un tempo. Sarebbe impossibile. Erano altri tempi.

Andreotti e Oriana Fallaci, scontro tra titani

Come sempre, è difficile pensare ad un uomo di potere nel nostro Paese che possa essere intervistato senza alcun timore reverenziale da un giornalista italiano.

Ho sempre pensato che se l’Italia si trova in una posizione di classifica imbarazzante in ogni dove, è ancora più grave se ce la ritroviamo pure così in basso alla voce che risponde al nome di “Libertà di stampa”. E il virgolettato è voluto.

Quindi se oggi, ancora attendo un vero confronto epico tra un giornalista ed un politico italiano, non mi resta che guardare al passato. Quando all’epoca non ero ancora nato. Anche se di quel periodo storico ho studiato e approfondito molto e, molto, mi sono documentato.

Proprio pochi giorni fa è morta Agnese Borsellino, vedova del giudice ucciso nell’attentato di via D’Amelio del 19 luglio 1992. Dopo pochi giorni è scomparso Giulio Andreotti.

La vita e la morte a volte si prendono gioco di noi, intrecciando destini e disegnando traiettorie per noi impensabili.

Rileggendo dal sito ufficiale di Oriana Fallaci, l’intervista che Giulio Andreotti le concesse, mi colpisce molto di come il sentimento più forte che pervase la Fallaci nei confronti del politico più potente di Italia, fosse proprio la paura.

La Fallaci si accorse di avere paura di Andreotti.

Nonostante i modi garbati e gentili, la paura vinse su ogni altra emozione. Vinse lei e la vinse durante tutta l’intervista.

Afferma la Fallaci: “Lui parlava con la sua voce lenta, educata, da confessore che ti impartisce la penitenza di cinque Pater, cinque Salve Regina, dieci Requiem Aeternam, e io avvertivo un disagio cui non riuscivo a dar nome. Poi, d’un tratto, compresi che non era disagio. Era paura. Quest’uomo mi faceva paura. Ma perché?”

 

E ancora.

“A chi fa paura un malatino, a chi fa paura una tartaruga? A chi fanno male? Solo più tardi, molto tardi, realizzai che la paura mi veniva proprio da queste cose: dalla forza che si nascondeva dietro queste cose. Il vero potere non ha bisogno di tracotanza, barba lunga, vocione che abbaia. Il vero potere ti strozza con nastri di seta, garbo, intelligenza.”

Eppure, secondo me, sta tutta qui l’essenza di come si possa descrivere in maniera perfetta un uomo di potere che nel bene o nel male, ha rappresentato buona parte della nostra Storia repubblicana.

Giorgio Napolitano ha affermato: “Sarà la storia a giudicarlo”.

Siccome non credo che, anche in questo caso, riusciremo a vederci chiaro, preferisco che ci pensi il buon Dio a giudicare.

 

L’Aquila, per non lasciarli soli.

Il terremoto del 2009 a L’Aquila aveva portato una solidarietà sia a livello nazionale che a livello internazionale consentendo anche con la mossa dell’allora Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, di organizzare il G8: memorabile la presenza di Barack Obama tra le macerie della città abruzzese.

Arrivarono, come sempre, tante promesse.

Dopo 4 anni che cosa succede oggi nella Città ferita dal terremoto?

E’ stato il Financial Times a farsi queste domande e a fare riaccendere i riflettori su una Città fantasma e abbandonata a se stessa dallo Stato.

Il Sindaco dell’Aquila Massimo Cialente è consapevole di come l’Aquila rischi di morire lentamente giorno dopo giorno.

E su come la burocrazia e le mancanze di risposte da parte delle istituzioni siano colpevoli della situazione di degrado e abbandono in cui si trova in questo momento l’Aquila.

Bisogna tornare ad accendere i riflettori, come 4 anni fa, pena la morte inesorabile di questa bellissima Città.

Lo dobbiamo agli abitanti dell’Aquila, che ci hanno insegnato da 4 anni a questa parte il valore immenso della dignità di questi abitanti.

“Lasciateci morire in pace” afferma il Sindaco Massimo Cialente, vittima della paralisi economica e politica dell’Italia di oggi.