Modelli di giornalismo a confronto

Quando penso al primo quotidiano al mondo, penso al The New York Times.

Da sempre, per me in termini assoluti, il primo della classe, è l’unico che possa vantare il maggior numero di Premi Pulitzer vinti nella storia.

E il NYT dall’anno della sua fondazione, ne ha vinti più di 100 dal 1917 ad oggi.

E’ comunque davanti, a questa mia personale classifica, al The Washington Post, che fu protagonista assoluto nel caso “Watergate” e che, grazie alla caparbietà dei suoi reporter, Bob Woodward e Carl Bernstein, permise di far cadere l’allora Presidente degli Stati Uniti d’America, Richard Nixon, nel 1974.

Questa premessa, a onor del vero, non è per fare come sempre un paragone ( impietoso ) tra i più grandi quotidiani del mondo e i nostri, ma per approfondire un tema più profondo, quello relativo alla libertà dell’informazione.

In realtà, a leggere i documenti relativa alla Classifica mondiale della Libertà di Stampa 2013, gli Stati Uniti d’America, non si trovano esattamente sul podio, ma al 32° posto mentre, il Regno Unito, al 29° e la Francia, al 37°.

L’Italia?

E’ al 57° posto e precede di una posizione, Hong Kong ma viene scavalcata tra le altre, da: Moldavia, Ungheria, Haiti, Burkina Faso, Trinidad e Tobago, Niger, Romania, Botswana, Papa Nuova Guinea, Lettonia ed El Salvador.

Ma c’è un dato ancora più significativo che mi fa comprendere davvero, che ci troviamo non solo al cospetto di una grande civiltà, ma anche di fronte ad un nuovo modello culturale da seguire, da studiare e da condividere.

Lo dimostra il fatto che vengano rappresentati tutti i singoli Paesi di un’intera area geografica, quella nordeuropea e scandinava, nella Classifica mondiale della Libertà di Stampa 2013, e che ognuno di questi, si posizioni tra i primi 10 posti della classifica mondiale del 2013, infatti:

Finlandia, 1° – Olanda 2° – Norvegia 3° – Lussemburgo 4° – Andorra 5° – Danimarca 6° – Liechstein 7° – Nuova Zelanda 8° – Islanda 9° – Svezia 10° –

Visti i dati di cui sopra, davvero oggi possiamo considerare liberi e, in un certo senso, ancora “i primi della classe”  a livello mondiale, giornali come The New York Times e il The Guardian ?

Henry Farrel, giornalista del The Washington Post ha affermato: “Queste testate ( Nyt e The Guardian, ndr ) hanno rapporti politici con i governi e sono per questo in difficoltà quando devono decidere se pubblicare e, quindi, avvalorare certe notizie”.

Se due quotidiani di questa caratura possono rischiare di cadere in questo tipo di contraddizioni così lampanti, come non possono essere giudicati come dei mezzi che limitino la reale libertà di informazione?

Come possiamo pensare altresì che, nel nostro Paese, dei giornali, siano davvero liberi, se anche dei “mostri sacri” come questi, hanno i loro “scheletri nell’armadio?”

Non illudiamoci. Anzi, probabilmente non lo abbiamo mai fatto.

twitter@normandilieto

La generazione perduta e quella che arriverà dopo

Sulla realtà del nostro Paese continuiamo a sentirne tante: il Paese delle corporazioni, delle lobby, dei gruppi economici e finanziari, politici e sindacali.

Ciò che mi colpisce maggiormente del nostro Paese è come si sia persa una generazione, quella dei nati tra la fine degli anni ’70 per intenderci fino ad arrivare a quelli che sono nati a metà degli anni ’80.

In molti la chiamano ormai “La generazione perduta” e, tempo fa, anche lo stesso Mario Monti, allora Presidente del Consiglio, rivolse a questa categoria un gelido e alquanto scioccante: “Quelli li abbiamo ormai perduti, rivolgiamoci ai giovani”.

In realtà ciò che pare diventare ancor più paradossale è il fatto che in realtà le generazioni più giovani di quella ormai “perduta”, si trovino  comunque in situazioni ancor peggiori dei loro colleghi di poco più grandi.

Infatti, questi giovani, in Italia, troveranno alla fine del loro percorso di studi, un lavoro degno di questo nome?

E per degno di questo nome, si intende: retribuito in maniera congrua e con le dovute coperture sanitarie e contributive. Lo troveranno secondo voi?

Perché se la “generazione perduta” un lavoro stabile ce l’ha e, seppure, spesso non in linea con il percorso di studi effettuato, può vantare, a differenza dei giovani che si vogliano affacciare oggi nel mondo del lavoro, dei seguenti benefits: contributi previdenziali, copertura sanitaria, pagamento di ferie e quant’altro. E gli altri, li avranno mai?

Anche perché rischieremmo di trovarci davvero con una spaccatura significativa non solo con coloro i quali hanno perso il lavoro e non riescono a trovare un’altra occupazione, ma anche con chi, seppur lavorando, si troverà in condizioni diametralmente opposte dalle altre.

In tutto ciò chi ha un lavoro se lo tiene stretto e chi esce dal mondo del lavoro fatica maledettamente a trovarne un altro.

O cominceremo a pensare davvero e in maniera concreta a questa situazione con politiche di medio e lungo termine, oppure le soluzioni “tampone” finalizzate solo a tappare le falle del sistema attuale non potranno essere più sufficienti.

twitter@normandilieto