I primi e gli ultimi

Il 2016 si sta chiudendo e, come sempre, anche per chi ha vissuto un anno sostanzialmente positivo, si attende il meglio per il 2017.

E’ nella natura umana, spingersi in avanti a cercare qualcosa di nuovo, di diverso, di più stimolante di quello che abbiamo fatto fino a quel momento.

E se invece, altri, mi pare la maggior parte, considerano il 2016 come uno degli anni più brutti che si possano ricordare, ancor di più tendono a riempire di significato e speranza l’arrivo del 2017.

Ciò che mi ha colpito maggiormente, sono due tra gli ultimi avvenimenti di questo 2016 e che sono, per certi versi, agli antipodi.

Da una parte un calciatore argentino di nome Carlos Tevez strappa un ingaggio in una squadra del campionato cinese che si aggira intorno ai 40 milioni di Euro all’anno.

Dall’altra 1660 e rotti, lavoratori di un call center a Roma chiamato Almaviva, perdono il loro lavoro in un batter di ciglio.

Da una parte ho inserito la cifra che andrà a guadagnare Tevez in un anno e, conti alla mano, siamo a “3milionie333milae33periodico” di Euro al mese.

Dall’altra, uno che da part-time a fare telefonate in un call-centre arriva a guadagnare lordi intorno ai 700 Euro mensili e che, diciamolo, deve essere un lavoro anche particolarmente frustrante: perché la gente se la chiami al telefono è scontrosa,  non ha voglia di essere disturbata a casa e magari ti becchi pure qualche parolaccia.

E quindi, ho pensato che nel 2016, c’è chi come Tevez, fa il calciatore così come ha sempre sognato sin da piccolo, crescendo con il desiderio di diventare un giorno un campione, correndo dietro ad un pallone in uno dei quartieri più poveri nella città di Fuerte Apache in Argentina.

Carlitos ce la fa a realizzare il suo sogno, facendo il mestiere che ama.

E dall’altra, c’è un operatore di un call-centre che fa quel lavoro perché forse in giro non c’è altro e che se anche ci metti passione, nonostante tutto, ti trovi a doverci rimanere aggrappato con la speranza che Almaviva non decida di chiudere, lasciandoti in braghe di tela.

E quando sembra che tutto sia scongiurato e, che per fortuna, bello o non bello, che ti piaccia o meno, comunque tu un lavoro ce l’hai, Almaviva lascia a casa te con un solo tratto di penna e altri 1660 e rotti, lavoratori.

Così immagino i destini così infinitamente lontani di questi protagonisti della fine del 2016.

In bocca al lupo ai lavoratori Almaviva, complimenti a Tevez per essere diventato così desiderato e desiderabile per saper calciare e, bene, un pallone.

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Un quadro del Paese desolante

Partiamo dalla fine.

Poletti, Ministro del Lavoro (confermato anche nell’attuale Governo ) afferma che sulla “fuga di cervelli” lui ha una sua personale teoria secondo la quale non è che fossero proprio tutti dei “pozzi di scienza” quelli che se ne sono andati dall’Italia.

E quelli che, come lui, purtroppo hanno deciso di rimanere arrivando a capo di un Ministero che di questi tempi, definire delicato è poco, come dovremmo definirli?

Poi abbiamo un Ministro dell’Istruzione ( new entry invece nell’Esecutivo Gentiloni) che millanta una Laurea che non ha, per poi arrivare a scoprire che ha solo una qualifica professionale e neppure un diploma di scuola media superiore.

Per me, non è tanto la mancanza di una Laurea a scandalizzarmi ma la leggerezza con cui si decide di affermare il falso, ed è questo il vero scandalo che da un Ministro della Repubblica non posso e non voglio accettare.

Non ho mai “misurato” le persone dal loro titolo di studio, vi assicuro che ho conosciuto persone molto preparate, curiose ed intelligenti che non hanno neppure un diploma e che vedrei tranquillamente in posti chiave di qualche impresa, sia essa pubblica o privata.

Poi ho visto persone arrivare in alto, dotate di “pedigree” e dei titoli di studio “giusti” utilizzati più come grimaldello per arrivare a determinati posti chiave ( poi regolarmente raggiunti )  a cui non farei amministrare neppure le mie finanze domestiche già comunque dissestate senza l’aiuto letale di sedicenti Ceo de noialtri.

Credo che in questo triste quadro dello stato dell’Arte, mi pare che una parola sia divenuta ormai “desueta” di questi tempi ed è una di quelle che adoro, perché mi è stata insegnata sin da piccolo: Rispetto.

Quel rispetto che certi personaggi pretendono gli venga riservato, dimenticandosi di doverne dimostrare, in primis, agli stessi dai quali lo pretendono.

E’ un’epoca, quella attuale, dove vince: il più furbo, il più scaltro, il più maleducato, il più faccia di tolla, quello che è più in grado di ricevere fango senza battere ciglio e, prontissimo, a gettarne altrettanto se non di più all’avversario.

Che vinca il più forte, il più arrogante ed il più stronzo che tanto piace ed affascina in quest’epoca mediocre di miserie umane, dove passeggiamo tra le macerie della pochezza che abbiamo costruito in così poco tempo dentro quello che di grandioso, chi ci ha preceduto, aveva costruito con immane fatica.

Vi aspetto.

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“Di Tanto Amore” Non è un romanzo autobiografico, ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale.

Lo dico ai molti che mi chiedono, anche se il personaggio di Zia Anna, scomparsa solo un anno fa è tremendamente vero, ed ancora vivido nella mia memoria.

C’è spazio per Lei, che meritava un angolo del mio libro, dei miei ricordi, per l’affetto che provavo per Lei e per la sofferenza che la sua dipartita inaspettata mi ha causato durante questo ultimo anno.

Ancora adesso non mi sembra possa essere accaduto davvero.

Per il resto, come Autore, ho lavorato di: fantasia, immaginazione e sogni.

Sicuramente il mio più grande è stato quello di vivere come lui, Edoardo, il protagonista del mio primo Romanzo: tra New York, Parigi e Milano.

Ho viaggiato moltissimo nella mia vita, ma sono nato e cresciuto a Gallarate.

La presentazione del Romanzo sarà proprio nella Città dove sono nato e cresciuto, il luogo dove sono sempre tornato dai miei tanti viaggi e dalle innumerevoli esperienze di vita che ho fatto in giro per le città più belle del mondo.

E’ stata la città dei miei primi ( quasi ) 40 anni di vita. Lo sarà ancora? Chissà…

Comunque Vi aspetto, alla Vineria “saditappo” in Via Postporta a ( manco a dirlo ) Gallarate il prossimo 13 ottobre dalle 20.30.

Grazie a chi ci sarà, a chi vorrebbe esserci ma non potrà presenziare e anche a chi, non frega una beata “fava” del mio Romanzo, della presentazione di codesto Libro, così come direbbero i personaggi di “Amici miei” che tanto amo.

A bientôt

 

 

 

 

 

 

Ciao Antonio.

E così Antonio mi fai ricordare quei bei tempi spensierati, quelli delle gite a San Nicolò, il piccolo paese attaccato a Piacenza dove avevi la tua pizzeria in cui Pippo Inzaghi, giovane campione in erba, si gustava le tue pizze, made in Costiera amalfitana.

Marito e padre di due figlie femmine, adoravo il tuo entusiasmo e la tua generosità. Amico della tua figlia più grande, non esitavi un solo istante a spalancarmi le porte di casa tua per accogliermi senza farmi mai sentire come un semplice ospite, ma come uno di famiglia.

Mi ricorderò sempre le partite della Salernitana, di cui eri grandissimo tifoso, che guardavamo insieme: a partire da quel 5-0 che il Piacenza ci rifilò al vecchio “Garilli”, in cui segnò anche Pippo Inzaghi.

Nella curva della Salernitana mi intimavi di sforzarmi a parlare in dialetto visto che la mia “parlata nordica” mi aveva portato ad avere diversi sguardi minacciosi da parte dei nostri stessi tifosi.

“Appena puoi parla in dialetto, Herman!”

Quando decidesti di lasciare San Nicolò piacentino per ritornare a vivere nella tua Maiori, in Costiera amalfitana, per aprire una tabaccheria, questo ci consentì di vedere ancor più da vicino la “nostra” Salernitana allo Stadio Arechi nella grande cavalcata che portò i nostri beniamini, guidati da Delio Rossi, fino alla Serie A.

Non dimenticherò mai la tua simpatia ed il tuo entusiasmo e la capacità, tutta “made in sud” di ridere di ogni episodio che potesse capitare alle nostre esistenze.

Come quella volta che ospite a casa vostra, rimasi chiuso nella doccia senza riuscire ad aprire la porta, rimanendo dentro, intrappolato e, come raccontavi sempre tu, ridendo a crepapelle con gli amici con cui ogni volta ricordavi l’episodio, affermando: “Herman era nudo come un verme dentro alla doccia senza sapere come uscire”.

La stessa porta che dall’interno, non voleva saperne di aprirsi e così, decisi di scavalcare il box, di indossare un accappatoio e di venire a segnalarvi, disperato, il guasto tecnico all’apertura della vostra doccia.

Mariella, la mia amica, la tua figlia maggiore, accorsa insieme a te, con un semplice tocco invece l’aprì con una  naturalezza disarmante che ci fece ridere per circa due ore.

Senza dimenticare che quell’episodio lo raccontavi a chiunque ogni volta che mi vedevi, ridendo divertito come se rivivessi la scena in quello stesso momento.

Mi mancherai Antonio, ma mancherai  ad ognuno di noi che come me, ha avuto la fortuna di conoscerti e di vivere con te esperienze uniche venendo trascinati dal tuo entusiasmo contagioso.

Che la terra ti sia lieve, RIP.

Con affetto,

Norman

 

 

 

L’indifferenza complice

Sappiamo bene che sono tempi difficili: frenetici, pieni di notizie spesso tragiche e che, purtroppo, si susseguono quasi a ritmo incessante, ma due episodi mi hanno colpito particolarmente nella loro triste e comune dinamica.

Non parlo di tutti gli attentati terroristici che in questi ultimi tempi hanno insanguinato Parigi, Bruxelles, Istanbul, Dacca oppure Nizza con la sua strage di vittime innocenti tra cui tantissimi, troppi bambini perché davvero come tutti, ho il cuore straziato e ho sentito tante di quelle castronerie su soluzioni che in tanti, autoproclamandosi come nuovi condottieri 2.0, avrebbero in mente per risolvere una volta per tutte la piaga del terrorismo.

Nel 2001 si chiamava Al Qaeda, con Osama Bin Laden, poi il Mullah Omar, poi Gheddafi e poi oggi l’IS, cambia il nome ma la matrice rimane sempre quella del terrorismo.

Gli stessi che dopo l’11 settembre prospettavano soluzioni drastiche, le stesse che (ri)propongono 15 anni dopo, segnalo con umiltà e per dovere di cronaca, che il terrorismo non è stato ancora debellato. E voi ancora a (ri)affermare le stesse banalità che in modalità copia ed incolla proponevate gia quindici anni fa? Cialtroni, ecco cosa siete.

In realtà riporterei per un attimo, il tempo di questo post, l’attenzione all’interno dei nostri confini nazionali.

Primo episodio:

L’ennesimo femminicidio, questa volta a Roma e a fine maggio in una strada periferica dove l’ex fidanzato Vincenzo dopo una lite, uccide Sara e non vi voglio ricordare in che maniera bestiale lo abbia fatto.

Le auto passano, vedono la scena e nessuna di queste si ferma a prestare soccorso o, almeno,  a chiamare le forze dell’ordine per denunciare ciò che stava succedendo dinanzi ai loro occhi.

INDIFFERENZA.

Secondo episodio:

Fuori da una discoteca di San Teodoro in Sardegna, un ragazzo disabile viene picchiato da una sottospecie di essere umano giusto per il gusto di farlo, nell’indifferenza generale. Solo una ragazza tenta di dire, basta.

Gli altri guardano in silenzio, indifferenti, complici e passivi.

Solo quello che adesso dovremmo ringraziare perché ha filmato la scena pare abbia compiuto un gesto utile a smascherare il vile aggressore.

In realtà, invece di filmare ha compiuto il vorrei ma non posso. Ma tanto poi lo posto.

Non so davvero come considerare questa cieca indifferenza che fa andare avanti le nostre esistenze, fregandosene del prossimo e con il principio sempre valido: “Niente ho visto, niente so”.

Queste persone silenti, indifferenti sono state complici in parte di un assassinio e di una vile aggressione, non saranno mai condannati da un tribunale come è giusto che sia, ma una condanna morale ed etica sul principio che occorra urlare davanti a soprusi, barbarie e non rimanere in silenzio ed indifferenti bisogna riaffermarlo perché altrimenti la nostra società ha perso ogni speranza.

 

 

 

Ragionando liberamente

Ci sono cose molto belle quando alla fine non sei redattore fisso di un giornale, e quindi devi scrivere un pezzo che ti viene chiesto di fare dal caporedattore, dal vicedirettore o dal direttore in persona.

Sono stato a mia volta direttore responsabile di un giornale on line locale trovandomi anche dall’altra parte della “Barricata” suggerendo un argomento da approfondire.

Ora che sono in una sorta di “sabbatico” posso liberamente scrivere di ciò che mi passa per la testa.

Impegni professionali diversi, a volte stimolanti, a volte che sembrano recitare il ruolo di “carta assorbente” che non ti permette di fare altro che l’attività che stai seguendo, mi consentono di dare una frequenza al mio blog da “sleepers”.

Anche questa è libertà, scrivere quando si mettono insieme tante situazioni che ti colpiscono, che cerchi di approfondire e di comprendere.

Il tema delle “unioni civili” per esempio.

Ora, non credo sia importante in questo post sapere come la penso ( anche se potrei smentirmi alla fine di questo pezzo ).

Come sempre, sul tema, mi è sembrato di partecipare ad una disputa tra opposte fazioni.

Due tifoserie contrapposte, l’una che ama una cosa odiando giocoforza l’altra.

E nessuno che sappia, se non in pochissimi, di che cosa si tratta quando si parla di unioni civili.

La differenza tra un tema ed un altro.

Da una parte: “La famiglia è una, un papà e una mamma” e dall’altra: “Svegliatevi!”.

Io come sempre, non ho compreso di entrambi, quali siano le ragioni dei loro si  e le ragioni dei loro no.

Credo che la tv e il giornalismo dovrebbero aiutarci dandoci una lettura il più possibile oggettiva e distaccata, senza invitare i politici che si parlano addosso e che non fanno capire nulla ai telespettatori che magari utilizzano ancora la Tv come mezzo divulgativo da cui comprendere ed imparare.

Che cos’è questa Legge?

Chi ce l’ha in Europa e nel mondo?

Si possono sposare gli omosessuali e possono adottare i figli?

Se sì, dove?

E perché da noi ( ancora )no?

Perché si in altri Paesi d’Europa e da quanto tempo?

Invece qui siamo ancora, come sempre, divisi in fazioni contrapposte senza che in molti abbiano ben capito di che cosa si tratti quando si discute di unioni civili, mi piacerebbe che un servizio pubblico lo spiegasse in maniera chiara e trasparente a tutti affinché ognuno si faccia un’idea propria e non precostituita e piena di pregiudizi.

Poi, se gli omosessuali sono anche loro cittadini di questo Paese che devono pagare le tasse, seguire le leggi dello Stato, dobbiamo pensare anche al fatto che possano avere anche loro dei diritti, o no?

Se la risposta è no, andrebbe motivata in maniera circostanziata.

Se la risposta è si, pure.

Vorrei che tutti si potessero fare un’idea ottenendo risposte sia dai favorevoli che da quelli contrari alle unioni civili.

E poi, di testa propria, farsi finalmente un’idea vera e non una semplice ideologia.

 

 

 

 

 

PARIS

PARIGI

Mi c’è voluto tempo per metabolizzare tutto quello che è accaduto a Parigi negli ultimi attentati di quel maledetto venerdì 13 novembre.

Negli ultimi anni, non solo il cuore ma anche motivi di lavoro mi hanno portato a Parigi innumerevoli volte ed ogni volta per me era come tornare a casa, come vederla per la prima volta.

Proprio come due vecchi amanti come cantava Jacques Brel ne: “La chanson des Vieux Amants”.

Sempre la stessa emozione, la stessa voglia di (ri)scoprirla, di (ri)viverla, di (ri)assaporarla in ogni angolo: da quello più conosciuto a quello più nascosto, da quello pieno di turisti che arrivano sempre da ogni angolo del mondo a quello custodito gelosamente dai veri amanti appassionati di questa città unica al mondo che ne conoscono angoli, scorci, luoghi del cuore e dell’anima.

Quella sera davanti alla tv ero stupito, stravolto e violentato dal dolore, durante i vari Telegiornali nazionali ed internazionali che trasmettevano senza sosta immagini continue di terrore, strazio, sangue, dolore e morte e mi hanno fatto pensare a quanto sia stata fatta violenza non solo ad una città, ma a tante altre cose: ad un modo di vivere, di pensare, ad una filosofia, ad una cultura così impregnata di progresso, civiltà ed umanità.

No, a voi che avete terrorizzato Parigi, l’avete solo ferita, cercando di annientarla.

Ripeto, cercato.

Non ci siete riusciti ad annichilirla.

Vi siete macchiati di questo abominio, ma i parigini che ho imparato a conoscere ed amare, condividendo con loro riunioni di lavoro e serate conviviali non cambieranno il loro modo di vivere, da cui tutto il mondo ha sempre dovuto e voluto imparare.

E ancora rimarrà il nostro assoluto punto di riferimento quando vorremo pensare alla città cosmopolita che rimane unica nel suo genere.

Anche davanti ad un dolore così straziante come questo, Parigi continuerà ad essere sempre Parigi.

Per chi la ama nel profondo del cuore, come me, Parigi è ferita, è stata violata ma rimane sempre la più bella, la Ville, l’unica, l’inimitabile.

A Parigi rimani accanto e torni a darle conforto, ricordandoti tutte le volte che lei l’ha dato a te senza chiederti nulla.

No, a voi che avete terrorizzato Parigi, l’avete solo ferita.

“La Ville lumière” è ancora viva grazie ai parigini e a tutti quelli che la amano anche dopo averla vista solo una volta.

Questo post è dedicato a tutte le vittime di quella maledetta sera del 13 novembre e a te, Valeria Solesin.

A te Valeria che hai inseguito le tue passioni, i tuoi sogni e le tue capacità nella bellissima e concreta Parigi che ti ha accolta a braccia aperte: una grande città che ha adottato una grande persona come te.

Che la terra ti sia lieve, Valeria. RIP