Lavorare per vivere o vivere per lavorare?

lavoro vita

“L’importante è che ci sia il lavoro” la frase che viene ripetuta continuamente dagli anziani ai giovani mi fa sorridere e riflettere allo stesso tempo.

Sorridere, perché ci stiamo rassegnando al fatto che il lavoro nella nostra vita sia tutto.

Riflettere, perché vedere tanti giovani senza un lavoro mi lascia davvero spiazzato.

In un’epoca di crisi economica ed occupazionale, dove numerosi guru dicono che quasi la totalità dei lavoratori tradizionali potrebbero essere sostituiti dal lavoro di macchine, algoritmi, extraterrestri etc, proviamo ad immaginare uno scenario ideale che nessun economista sano di mente sa che potrebbe mai rivelarsi: arrivare alla piena occupazione di tutta la forza lavoro.

Titolo a nove colonne sui quotidiani: “Non esiste più la disoccupazione in Italia. Presto anche in Europa e nel resto del mondo”.

Tutti avremo dunque un lavoro, ma proprio tutti, e così anche gli anziani seduti sulle panchine potranno dire soddisfatti ai giovani del Paese: “l’importante è che ci sia il lavoro. E tutti voi ne avete uno”.

Ora abbiamo finalmente tutti un lavoro per “poterci permettere una vita”.

Sì, ma la domanda è: “Quale sarà la qualità della mia vita?”.

Penso ai pendolari che ogni mattina riempiono treni che sembrano carri bestiame e così ogni sera finita la giornata di lavoro.

“Mi sveglio alle 6 del mattino, treno alle 7 alle 8,30 sono in ufficio fino alle 12,30. Pausa pranzo fino alle 14,00 e poi attacco nuovamente fino alle 18,00.

Poi di corsa, il treno per tornare a casa, non prima di aver sgominato sulla metropolitana, per arrivare a casa alle 20,00.

Preparo la cena e alle 22 mi addormento stravolto. Così tutti i giorni dal lunedì al venerdì.

Però sabato e domenica sono a casa”.

Quindi poi anche il sabato e domenica dopo aver litigato sui mezzi pubblici nei giorni feriali, sono gli stessi che lottano  nelle corsie dei supermercati nella giornata di sabato e che creano gli ingorghi in autostrada per fare la gita al lago di domenica.

“Schiavi moderni” di una società schizofrenica che detta ritmi e stili di vita che forse ci sono sfuggiti di mano.

Abbiamo un lavoro, ma la vita che sognavamo dove l’abbiamo lasciata?

Sacrificata sull’altare del lavoro che per fortuna ce l’abbiamo ma poi non abbiamo il tempo di vivere come vorremmo, con noi stessi, con le persone che amiamo, con i nostri figli.

Andrebbe ripensato un po’ tutto il “sistema”.

Con la giusta conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, asili nido nei luoghi di lavoro, possibilità di telelavoro in alcuni giorni della settimana e, ogni tanto, spegnere gli smartphone con gente che ti manda mail alle 20 di sera e se non gli rispondi ha pure di che lamentarsi.

In Francia esiste una Legge che se ti arriva una mail di lavoro dopo il tuo normale orario di lavoro non sei tenuto a rispondere se non il giorno dopo. E se te l’hanno scritta il venerdì sera alle 20, sei tenuto a rispondere il lunedì successivo all’inizio del tuo orario di lavoro.

Meditiamo su che tipo di lavoratori vogliamo essere e su che tipo di vita vogliamo condurre.

Per noi e per le future generazioni cui non stiamo lasciando granché.

 

 

 

 

Il club dei “fottuti”

“E’ la piramide rovesciata” così mi disse un passeggero durante la tratta Roma Milano, di ritorno da uno dei tanti viaggi che, per fortuna, mi è capitato di fare nella mia vita.

Visto il mio legittimo smarrimento a tale affermazione, il mio compagno di viaggio tentò di spiegarsi meglio: “Significa che se sei nato da metà degli anni Settanta in poi, sei praticamente fottuto”.

Intanto pensando alla mia carta di identità che diceva in maniera inequivocabile che facevo parte del “club dei fottuti” cercai di approfondire ulteriormente ciò che il mio “guru ad alta velocità” intendeva dire.

“Si tratta del rapporto inverso che intercorre oggi tra il tuo titolo di studio e la tipologia di lavoro che effettivamente svolgi”.

Ripensando alle tante storie di ragazze e ragazzi che dopo lauree e master ( spesso pagate dai genitori ) si sono ritrovati a fare lavori un po’ meno in linea con le aspettative dei neo laureati, cominciavo forse a comprendere, così lui, proseguì: “La differenza sta tutta qui. Prima se il tuo titolo di studio non contemplava laurea e master, c’era la concreta possibilità che tu potessi ambire a posizioni di vertice e professionalmente stimolanti. Oggi, con laurea e master ottieni sovente, se li trovi, lavori deprimenti e non in linea con il tuo percorso di studio: eccola la piramide rovesciata”.

“Spiattellata” così la cruda verità:.

“Nato prima degli anni settanta, basso titolo di studio, possibilità di carriera comunque medio alta. Nato dopo gli anni settanta, accontentati e ringrazia che hai un lavoro figlio mio”.

Lo guardai, cercando in lui una sorta di assenso.

Lui mi fissò sorridendo e disse: “E’ così, benvenuto nella generazione dei fottuti”.

 

 

Verità per Giulio Regeni

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foto tratta da Vanity Fair

Le notizie ormai sono diventate peggio dell’hamburger che mangiamo in un fast food: lo si (ap)prende, lo si mastica (amaro) e lo si dimentica presto.

Eppure c’è un ragazzo che ha perso la vita in maniera atroce non molto lontano da noi, in Egitto, a Il Cairo.

Si chiamava Giulio Regeni e, anche lui, non era un ragazzo qualsiasi.

Aveva solo 28 anni. A 17 anni era già studente nel New Mexico, per poi trasferirsi nel Regno Unito, dove era un brillante studente di Economia a Cambridge.

Ha raggiunto Il Cairo per il Dottorato di ricerca su cui stava lavorando.

Parlava l’inglese alla perfezione, lo spagnolo e l’arabo che voleva approfondire maggiormente attraverso la sua esperienza in Egitto. Grande appassionato di studi sul Medio Oriente, nel 2012 e nel 2013 aveva vinto due premi al Concorso internazionale intitolato “Europa e giovani”, promosso dall’Istituto regionale per gli Studi europei, l’Irse del Friuli Venezia Giulia.

In Egitto, nella Capitale, a Il Cairo seguiva la realtà e le attività dei sindacati indipendenti: realtà difficile, complessa e per certi versi, pericolosa.

Non è facile districarsi da studente straniero che parla perfettamente l’inglese, ma italiano di origine, tra sospetti di spionaggio e tentativi neanche tanto velati di intimidirti.

Durante una di queste riunioni sindacali, nella sede del Centro Servizi per i Lavoratori e i Sindacati, Giulio Regeni scrive un reportage piuttosto dettagliato che diventò poi un articolo scottante che fu costretto a firmare sotto forma di pseudonimo.

Segnale che già il timore di ritorsioni fosse alto nella mente di Giulio Regeni negli ultimi tempi.

Al Cairo la realtà dei sindacati indipendenti, infatti, è considerata ad alto rischio di infiltrazioni, da qui le accuse a Giulio di essere una spia dei servizi segreti al soldo di qualche nazione.

Sicuramente, tra gli altri, chi aveva interesse a conoscere i temi affrontati dai sindacati indipendenti erano nell’ordine: il regime egiziano, i Fratelli musulmani, il partito religioso e i servizi segreti egiziani e non solo.

Le varie primavere arabe che hanno visto la spinta verso democrazie più “occidentali” e partecipate rimangono tuttora, per certi versi, molto fragili.

E il regime egiziano non vedeva di buon grado la realtà dei sindacati indipendenti, proprio quelli di cui Giulio si era appassionato e che voleva studiare da vicino per il suo Dottorato di ricerca.

La sua fine, atroce e senza un colpevole, lascia senza fiato.

Per le sue ricerche è stato barbaramente torturato prima di essere assassinato.

In attesa di risposte, una sola voce deve alzarsi: “Verità per Giulio” e non dimentichiamolo facendo nostro l’appello di sua sorella che chiede ad ognuno di noi di condividere, mostrare foto di questo ragazzo che è stato ucciso per aver cercato la verità, raccontandola sul campo.

Chiudo con le parole toccanti di sua madre che raccontano questo straordinario ragazzo di 28 anni che rappresentava la nostra: “Meglio gioventù”.

“Grazie Giulio, per avermi insegnato tante cose. Resta nel mio cuore l’ energia del tuo pensiero. Il tuo pensiero, per amare, comprendere, costruire tolleranza. Con affetto, la mamma.”

Ragionando liberamente

Ci sono cose molto belle quando alla fine non sei redattore fisso di un giornale, e quindi devi scrivere un pezzo che ti viene chiesto di fare dal caporedattore, dal vicedirettore o dal direttore in persona.

Sono stato a mia volta direttore responsabile di un giornale on line locale trovandomi anche dall’altra parte della “Barricata” suggerendo un argomento da approfondire.

Ora che sono in una sorta di “sabbatico” posso liberamente scrivere di ciò che mi passa per la testa.

Impegni professionali diversi, a volte stimolanti, a volte che sembrano recitare il ruolo di “carta assorbente” che non ti permette di fare altro che l’attività che stai seguendo, mi consentono di dare una frequenza al mio blog da “sleepers”.

Anche questa è libertà, scrivere quando si mettono insieme tante situazioni che ti colpiscono, che cerchi di approfondire e di comprendere.

Il tema delle “unioni civili” per esempio.

Ora, non credo sia importante in questo post sapere come la penso ( anche se potrei smentirmi alla fine di questo pezzo ).

Come sempre, sul tema, mi è sembrato di partecipare ad una disputa tra opposte fazioni.

Due tifoserie contrapposte, l’una che ama una cosa odiando giocoforza l’altra.

E nessuno che sappia, se non in pochissimi, di che cosa si tratta quando si parla di unioni civili.

La differenza tra un tema ed un altro.

Da una parte: “La famiglia è una, un papà e una mamma” e dall’altra: “Svegliatevi!”.

Io come sempre, non ho compreso di entrambi, quali siano le ragioni dei loro si  e le ragioni dei loro no.

Credo che la tv e il giornalismo dovrebbero aiutarci dandoci una lettura il più possibile oggettiva e distaccata, senza invitare i politici che si parlano addosso e che non fanno capire nulla ai telespettatori che magari utilizzano ancora la Tv come mezzo divulgativo da cui comprendere ed imparare.

Che cos’è questa Legge?

Chi ce l’ha in Europa e nel mondo?

Si possono sposare gli omosessuali e possono adottare i figli?

Se sì, dove?

E perché da noi ( ancora )no?

Perché si in altri Paesi d’Europa e da quanto tempo?

Invece qui siamo ancora, come sempre, divisi in fazioni contrapposte senza che in molti abbiano ben capito di che cosa si tratti quando si discute di unioni civili, mi piacerebbe che un servizio pubblico lo spiegasse in maniera chiara e trasparente a tutti affinché ognuno si faccia un’idea propria e non precostituita e piena di pregiudizi.

Poi, se gli omosessuali sono anche loro cittadini di questo Paese che devono pagare le tasse, seguire le leggi dello Stato, dobbiamo pensare anche al fatto che possano avere anche loro dei diritti, o no?

Se la risposta è no, andrebbe motivata in maniera circostanziata.

Se la risposta è si, pure.

Vorrei che tutti si potessero fare un’idea ottenendo risposte sia dai favorevoli che da quelli contrari alle unioni civili.

E poi, di testa propria, farsi finalmente un’idea vera e non una semplice ideologia.

 

 

 

 

 

PARIS

PARIGI

Mi c’è voluto tempo per metabolizzare tutto quello che è accaduto a Parigi negli ultimi attentati di quel maledetto venerdì 13 novembre.

Negli ultimi anni, non solo il cuore ma anche motivi di lavoro mi hanno portato a Parigi innumerevoli volte ed ogni volta per me era come tornare a casa, come vederla per la prima volta.

Proprio come due vecchi amanti come cantava Jacques Brel ne: “La chanson des Vieux Amants”.

Sempre la stessa emozione, la stessa voglia di (ri)scoprirla, di (ri)viverla, di (ri)assaporarla in ogni angolo: da quello più conosciuto a quello più nascosto, da quello pieno di turisti che arrivano sempre da ogni angolo del mondo a quello custodito gelosamente dai veri amanti appassionati di questa città unica al mondo che ne conoscono angoli, scorci, luoghi del cuore e dell’anima.

Quella sera davanti alla tv ero stupito, stravolto e violentato dal dolore, durante i vari Telegiornali nazionali ed internazionali che trasmettevano senza sosta immagini continue di terrore, strazio, sangue, dolore e morte e mi hanno fatto pensare a quanto sia stata fatta violenza non solo ad una città, ma a tante altre cose: ad un modo di vivere, di pensare, ad una filosofia, ad una cultura così impregnata di progresso, civiltà ed umanità.

No, a voi che avete terrorizzato Parigi, l’avete solo ferita, cercando di annientarla.

Ripeto, cercato.

Non ci siete riusciti ad annichilirla.

Vi siete macchiati di questo abominio, ma i parigini che ho imparato a conoscere ed amare, condividendo con loro riunioni di lavoro e serate conviviali non cambieranno il loro modo di vivere, da cui tutto il mondo ha sempre dovuto e voluto imparare.

E ancora rimarrà il nostro assoluto punto di riferimento quando vorremo pensare alla città cosmopolita che rimane unica nel suo genere.

Anche davanti ad un dolore così straziante come questo, Parigi continuerà ad essere sempre Parigi.

Per chi la ama nel profondo del cuore, come me, Parigi è ferita, è stata violata ma rimane sempre la più bella, la Ville, l’unica, l’inimitabile.

A Parigi rimani accanto e torni a darle conforto, ricordandoti tutte le volte che lei l’ha dato a te senza chiederti nulla.

No, a voi che avete terrorizzato Parigi, l’avete solo ferita.

“La Ville lumière” è ancora viva grazie ai parigini e a tutti quelli che la amano anche dopo averla vista solo una volta.

Questo post è dedicato a tutte le vittime di quella maledetta sera del 13 novembre e a te, Valeria Solesin.

A te Valeria che hai inseguito le tue passioni, i tuoi sogni e le tue capacità nella bellissima e concreta Parigi che ti ha accolta a braccia aperte: una grande città che ha adottato una grande persona come te.

Che la terra ti sia lieve, Valeria. RIP

 

Addio Valeria, RIP

Proprio oggi a Venezia è stato dato l’ultimo saluto a Valeria Solesin, l’unica vittima italiana degli attentati terroristici di Parigi.

Tutto di Valeria fa scendere lacrime dal nostro volto: la sua giovane età, la sua storia umana e professionale, la sua fine atroce con il fidanzato accanto che si finge morto accanto a lei abbracciandola, il suo impegno con Emergency, la sua intelligenza ( era dottoranda a Parigi ), il suo attivismo nel sociale.

E poi, la dignità della famiglia e dei suoi genitori che intervistati il giorno del riconoscimento della figlia come vittima al Bataclan di Parigi, ne descrivono in maniera lucida la statura “da gigante” di quella figlia a cui oggi, in una Venezia a lutto, hanno dovuto porgere l’ultimo saluto.

Addio Valeria, ogni genitore sognerà una figlia come te. RIP

 

http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Valeria-Solesin-Morta-La-madre-Manchera-al-nostro-Paese-per-le-doti-che-aveva-a939e0b6-0fef-4d78-9fd5-21cc9c318776.html

Anna&Anna: due vite diverse ma entrambe piene d’amore

In una società piena di strutture non solo architettoniche, ma strutture mentali che la società moderna ci fa costruire ancor prima di diventare persone adulte, l’omologazione pare essere diventata una strana regola cui doversi far soggiogare dalla nuova cultura, fatta di tanta immagine e pochissima sostanza.

“Contro il logorio della vita moderna” ( citazione da un film di Totò ) non resta altro che seguire l’esempio delle persone che possano essere prese come stelle comete della  nostra esistenza. Ne abbiamo tutti un gran bisogno credetemi.

Io ne ho diverse ma oggi Vi parlerò di Anna e Anna.

Anna era una contadina, quasi analfabeta, moglie e madre di 5 figli e con l’animo più generoso che io ricordi.

Anche negli ultimi suoi anni di vita in piena sindrome di Alzheimer, se c’era qualcosa dentro al suo piatto la prima cosa che pensava di fare, era quello di offrirtelo.

Nonostante quella maledetta malattia che ti fa regredire da 90 anni a 10 anni, la sua essenza generosa non era stata scalfita in alcun modo.

Non sapeva neppure chi fossi, ma prima di mangiarlo, lei te lo porgeva sempre, a quella sconosciuta seduta accanto a lei, magari chiamata figlia.

La sua vita era stata contraddistinta da un lavoro faticoso, giornaliero e durissimo.

La terra doveva dare i suoi frutti e, con lei, oltre a collaborare ci dovevi anche combattere ogni santo giorno per ricavare ciò che ti prefiggevi.

La terra non la puoi ingannare, la madre terra è maledettamente vera e tu devi essere al suo livello per poterci competere, altrimenti sei fuori.

Quanti bei pomodori, patate, le piante di limoni, le galline, i conigli e i maiali e quanti suoni, colori e quanto sudore dietro a tutto quel ben di Dio che noi rivedevamo su tavole imbandite piene di colori, allegria e amore familiare.

Quel sudore di Anna quando arrivava lo sentivi profumare di fatica testarda, di sacrificio onesto e di voglia di riuscire a (soprav)vivere anche oggi.

Dei suoi 5 figli era orgogliosa e loro erano legatissimi anima e corpo alla loro mamma.

Se io penso alla famiglia, penso a lei, penso ad Anna.

Ma c’è un’altra Anna a cui penso, quando penso all’amore.

Anna viveva sola, non era sposata ma dedicava la vita agli altri.

Anna era un’infermiera, la sua famiglia erano i suoi pazienti.

Tutti i giorni turni infiniti all’Ospedale per la continua carenza di personale.

“Anna ti fermi?”

E lei sempre la prima ad arrivare e l’ultima ad andarsene.

Punto di riferimento imprenscindibile per medici e pazienti.

Amava i suoi fratelli ed i suoi nipoti e loro amavano lei.

Aveva una timidezza disarmante, sempre impaurita nel dire le cose o sempre molto preoccupata nel non disturbare gli altri.

Un pudore indimenticabile.

Pensavo sempre a quanto fosse generosa con il prossimo che le chiedeva aiuto anche se lei invece al prossimo non voleva chiedere nulla, non voleva proprio disturbarlo il prossimo, nonostante l’avesse servito per una vita intera, sembrava fosse capace solo di dare, mai di ricevere.

Una vita dedicata agli altri.

La sua famiglia erano i suoi pazienti e quando se n’era andata erano in tanti a volerla salutare per l’ultima volta, quel prossimo che era diventata la sua famiglia.

Poi, noi, la tua famiglia, i fratelli e i nipoti tutti a rimpiangerti perché anche noi eravamo il tuo prossimo ma avevamo meno bisogno di loro.

E un po’ li ho invidiati quei tuoi pazienti, quelli con cui ti trasformavi, abbandonando timidezza, pudore e facendo intravedere un’altra Anna così diversa a quella cui ci avevi abituato.

Se dovessi avere mai una mia famiglia o se non dovessi mai averne una, in un modo o nell’altro basterà seguire l’esempio di Anna &Anna.

Addio e che il vostro esempio possa fare proseliti.

 

 

 

 

Che cosa dice Ermanno Olmi, posto fisso o l’anima salva?

Credo di far parte di una generazione quella nata negli anni 70 che Andrea Scanzi, giornalista de: “Il fatto quotidiano” ha definito giustamente come: “La generazione perduta”.

Lasciamo stare che il nostro Presidente del Consiglio Matteo Renzi, nato nel 1975 è a capo del Governo italiano ( senza essere stato eletto dai cittadini, particolare non certo secondario ) nonostante questo è uno che nella vita è riuscito ad arrivare in alto, molto in alto.
Anche se l’ex Direttore de: “Il Corriere della Sera” Ferruccio de Bortoli nel suo ultimo editoriale prima di lasciare la guida del quotidiano di via Solferino, si è fatto qualche legittima domanda su questa sua incredibile ascesa al potere.

Tolte le solite eccezioni, confermo come la nostra generazione sia andata perduta.

Oltre a questo, ha vissuto e vive tuttora nella cosiddetta “Terra di mezzo”.

Convinta dai propri genitori sulla bontà del posto fisso e a tempo indeterminato così come da loro conquistato e voluto tenacemente.

Noi abbiamo accolto le loro richieste, ci siamo presi ciò che non ci eravamo conquistati e che comunque poteva farci sembrare d’avere un futuro ed una pensione alla fine della nostra attività lavorativa.

Ma nel frattempo uno “tsunami” chiamato in diversi modi, quali: globalizzazione, crisi economica, dumping salariale, concorrenza ci ha fatto comprendere come stava nascendo un’altra generazione di giovani destinati ad essere precari.

I ragazzi degli anni 90, disincantati che non sanno neppure che cosa sia un contratto a tempo indeterminato e che se va bene, si vedono rinnovare il loro contratto di lavoro di mese in mese.

Ma nonostante questo, vivono il loro continuo presente, dove non sanno di che “morte dovranno morire”, o che tipo di vita potranno vivere.

Una coppia di ragazzi di questa generazione qualche giorno fa mi ha raccontato come hanno organizzato le loro vacanze estive. Prima di acquistare il biglietto, hanno atteso il tanto desiderato rinnovo del contratto.

In tutto questo, pensate che il periodo di ferie venga loro pagato?

Ma scherziamo, vero?

Il contratto scade al 31 luglio e verrà rinnovato il 1 settembre, e quindi: Buone vacanze!

Ma, per fortuna, il contratto di lavoro sarà rinnovato… per un altro mese… poi si vedrà.

In tutto questo, nella nostra confort zone di giovani degli anni 70 che hanno conosciuto contratti di lavoro a tempo indeterminato, con ferie, maternità, malattie e diritti quando vedono queste situazioni rimangono spiazzati, senza parole, paralizzati, increduli.

Non comprendono, non capiscono come si possano accettare queste condizioni.

Lo so, tutti mi dicono, in mancanza d’altro che cosa possono fare?

Voi siete dei privilegiati!

Personalmente, non mi sento un privilegiato.

Sento invece che anche questi giovani debbano finalmente avere dei contratti di lavoro regolari, un futuro, una possibilità di scegliere come l’abbiamo avuta noi.

La deregolamentazione ha portato solo flessibilità e precarietà che non aiutano certo la crescita del nostro Paese e i numeri lo dimostrano ogni santo giorno.

Poi, leggo un’intervista ad Ermanno Olmi che capovolge tutto il mio pensiero, la mia visione.

“Molti lavoratori hanno compreso che il posto fisso è una fregatura” ha sentenziato al quotidiano: “La Repubblica” in un’intervista di qualche giorno fa.

Poi il giornalista gli ha chiesto, se dovesse fare un film sul lavoro oggi?

«Racconterei la solitudine di chi, avendo venduto l’anima alla certezza del posto, si sente più servo che persona con la sua individualità. È ciò di cui ha bisogno il grande sistema industriale, dipendenti come servitori. La speranza? Credo che le crisi che stiamo vivendo siano un segnale da prendere come nuova speranza. Molti giovani capiscono che il posto fisso può significare la rinuncia alla propria anima».

In tutto questo, io continuo a pensare che i giovani debbano lottare per ottenere i propri diritti, di non dare nulla per scontato e di chiedere qualcosa di meglio per loro stessi e per il loro futuro, saranno loro a guidare il nostro Paese un giorno.

La visione di Olmi è l’opposto della mia.

Chissà invece che ne penseranno i ragazzi degli anni Novanta.

La famiglia Bélier e gli altri francesi

Ne avevo già scritto in precedenza sulla differenza sostanziale che a mio avviso corre tra il cinema francese e quello italiano.

Ce ne corre parecchia mi viene da dire ma, i diversi elementi che i francesi riescono a mettere sul piatto rispetto a noi in tema di film, sono:  la volontà di affrontare temi sociali e di attualità anche controversi, una sensibilità di primissimo piano nel trattare gli stessi ed una capacità di fotografare la realtà in maniera impeccabile.

Prendiamo per esempio il tema dell’immigrazione: ad oggi si tratta di una discussione sempre più sentita in Italia, con continui scambi di accuse tra le varie parti politiche, sia di lotta che di governo, la Chiesa e chiunque abbia da dire qualcosa sull’argomento, finanche si tratti del pubblico di qualche piazza in collegamento tv di qualche talk show nazionalpopulista.

Già nel 2009 un film francese: “Welcome” raccontava la difficile storia tra un cittadino francese ex nuotatore olimpico ed un  ragazzo Bilal Kayani, immigrato curdo-iracheno desideroso di raggiungere la sua fidanzata che vive con la famiglia a Londra.

La vuole raggiungere attraversando a nuoto la Manica e nonostante l’ex campione cerchi continuamente di persuaderlo, il ragazzo non vuole venir meno alla promessa fatta alla ragazza che nel frattempo è stata promessa in sposa dal padre ad un altro ragazzo di Londra.

Il rapporto tra i due protagonisti non manca di ruvidezza ma anche di sensibilità estrema nel far rischiare all’uomo di essere accusato di complicità nel nascondere un immigrato ricercato dalle autorità francesi. La sua consapevolezza di commettere un reato, nel tentativo di aiutarlo ad attraversare la Manica a nuoto, mettono l’uomo a dura prova.

Inutile dire che il ragazzo non ce la farà a raggiungere la Gran Bretagna a nuoto e come alla fine Simon, distrutto dal dolore per la morte del ragazzo,  decida di andare in Gran Bretagna  a raccontare l’incredibile storia di Bilal alla sua fidanzata.

Sul tema del lavoro invece, in epoca di crisi economica e nella fragilità dei rapporti di lavoro, il film: “Due giorni, una notte” dei fratelli Dardenne è ancora più emblematico.

Una donna, moglie e madre di due figli è operaia di una piccola ditta di pannelli solari. Il proprietario avendo notato che la stessa rappresenterebbe “l’anello debole” della catena di montaggio, propone ai suoi colleghi di votare per il suo licenziamento; qualora vincessero i sì, otterrebbero un premio di 1000€ .

Dopo la vittoria dei Sì, Sandra riesce aiutata dal marito a rifare la votazione, chiedendo che sia garantito l’anonimato a chi vota.

Parte da qui una corsa contro il tempo che vedrà Sandra dover convincere i propri colleghi a non votare per il suo licenziamento.

Ci saranno anche qui scontri ruvidi tra chi vorrebbe mettere le mani su quei 1000€ anche a costo di far perdere il lavoro alla propria collega.

Qui, l’assenza di sensibilità da parte dei colleghi nei confronti di una madre che rischia di perdere il proprio lavoro, la loro avidità nella speranza cieca di ottenere un bonus inaspettato può rendere le persone incapaci di solidarietà.

Chiudiamo con la Famiglia Bélier.

Che dire di questa commedia geniale?

Una famiglia di contadini, marito e moglie, entrambi sordi, così come il loro figlio maschio.

Solo Paula, la loro figlia femmina, riesce ad essere una sorta di “trait d’union” tra la famiglia e il mondo esterno: nel rapporto coi fornitori, con i clienti, con la comunità cittadina e quindi con il mondo intero.

Ma quando Paula si iscrive ad un corso estivo di canto solo perché lo ha appena fatto anche il ragazzo che le piace, non saprà di essere appena andata incontro al suo destino.

Infatti, il maestro di musica scoprirà subito in lei una vera e propria “stella”.

L’opportunità che le si presenta è quella di affrontare un provino a Parigi a: “Radio France” dove trionferà e dove gli stessi genitori, seppur sordi, si emozioneranno fino alle lacrime, davanti alla performance della figlia.

Anche qui il tema della diversità, del mondo affrontato ogni giorno con forza, entusiasmo ed ottimismo nonostante le oggettive difficoltà e la consapevolezza che un giorno, come poi accadrà, verrà a mancare anche il supporto della figlia Paula.

Nonostante questo, il Signor Bélier, riuscirà a diventare anche il sindaco del Paese, senza il supporto di Paula ma con l’aiuto della moglie e la solidarietà di tutta la cittadina che non fermandosi all’apparenza sceglie proprio lui per cambiare le cose nel piccolo borgo della Provenza, fermo da troppo tempo anche per colpa dello storico sindaco contro cui battendosi con coraggio alle Elezioni nonostante tutto, riuscirà ad avere la meglio.

Con Paula lontana a Parigi, ma vicina col cuore.

Smile, please!

In una società che ama allo stesso modo la spettacolarizzazione dei sentimenti in programmi “strappalacrime” e, le persone che vivono come su di un palcoscenico sempre pronti a sorridere a 42 denti, per dimostrare al pubblico di essere felici e di vivere più di altri una vita davvero piena ed appagante, faccio fatica a trovare una sana via di mezzo, fatta di individui che sappiano far convivere sia la tristezza che la felicità, sia l’entusiasmo che la noia, sia l’ottimismo che un po’ di pessimismo.

E invece no, il “Vai di selfie” anche durante la rasatura mattutina deve vincere sempre, ma tant’è questo è il logorio della vita moderna che non ammette che una persona possa sentirsi un po’ giù, magari anche triste, in alcuni momenti della sua vita come è anche giusto che sia.

Perché questo sentimento, la tristezza appunto,  così come la felicità esiste in ognuno di noi ma, rispetto alla felicità, non sembra avere lo stesso diritto di cittadinanza.

Ne scrive oggi il quotidiano: “La Repubblica” proprio su questa condanna alla felicità permanente che sembra si debba avere per vivere come si deve, come vorrebbero gli altri, o peggio, come fingono tutti di saper fare con tanta maestria.

Insomma tristezza per favore vai via, visto che non può esserci nella vita privata di ognuno di noi e tantomeno sembra essere apprezzato sui luoghi di lavoro, dai responsabili delle risorse umane delle Aziende.

Per questo leggerò il saggio del sociologo inglese William Davies, dal titolo: “The Happiness Industry: how the government and big business sold us well-being”  edito da Verso.

Voglio davvero comprendere come la felicità sia diventata una sorta di sentimento obbligato sia nella nostra vita professionale che nella nostra sfera privata.

Ho visto molte volte i cosiddetti “entusiasti da laboratorio”: quelli che si entusiasmerebbero anche nel vedere la nuova marca di toner della stampante, ma in loro riconosci in maniera evidente una sorta di entusiasmo artificiale, creato a tavolino.

E certi entusiasti ci credono perché devono farlo, ma almeno sanno recitare meglio di altri e hanno una disciplina militare nel fare ciò che viene chiesto loro. E attenzione invece a chi non sposa i facili entusiasmi, perché oltre a finire sotto la lente di ingrandimento, potrà anche essere bollato come: disturbatore, sabotatore o peggio come un anticonformista che difficilmente si riterrà pronto a venire omologato da chicchessia.

Giusto o sbagliato che sia, onore al merito soprattutto a loro, perché saper andare controcorrente in questi tempi moderni, non è per niente facile.