Andreotti e Oriana Fallaci, scontro tra titani

Come sempre, è difficile pensare ad un uomo di potere nel nostro Paese che possa essere intervistato senza alcun timore reverenziale da un giornalista italiano.

Ho sempre pensato che se l’Italia si trova in una posizione di classifica imbarazzante in ogni dove, è ancora più grave se ce la ritroviamo pure così in basso alla voce che risponde al nome di “Libertà di stampa”. E il virgolettato è voluto.

Quindi se oggi, ancora attendo un vero confronto epico tra un giornalista ed un politico italiano, non mi resta che guardare al passato. Quando all’epoca non ero ancora nato. Anche se di quel periodo storico ho studiato e approfondito molto e, molto, mi sono documentato.

Proprio pochi giorni fa è morta Agnese Borsellino, vedova del giudice ucciso nell’attentato di via D’Amelio del 19 luglio 1992. Dopo pochi giorni è scomparso Giulio Andreotti.

La vita e la morte a volte si prendono gioco di noi, intrecciando destini e disegnando traiettorie per noi impensabili.

Rileggendo dal sito ufficiale di Oriana Fallaci, l’intervista che Giulio Andreotti le concesse, mi colpisce molto di come il sentimento più forte che pervase la Fallaci nei confronti del politico più potente di Italia, fosse proprio la paura.

La Fallaci si accorse di avere paura di Andreotti.

Nonostante i modi garbati e gentili, la paura vinse su ogni altra emozione. Vinse lei e la vinse durante tutta l’intervista.

Afferma la Fallaci: “Lui parlava con la sua voce lenta, educata, da confessore che ti impartisce la penitenza di cinque Pater, cinque Salve Regina, dieci Requiem Aeternam, e io avvertivo un disagio cui non riuscivo a dar nome. Poi, d’un tratto, compresi che non era disagio. Era paura. Quest’uomo mi faceva paura. Ma perché?”

 

E ancora.

“A chi fa paura un malatino, a chi fa paura una tartaruga? A chi fanno male? Solo più tardi, molto tardi, realizzai che la paura mi veniva proprio da queste cose: dalla forza che si nascondeva dietro queste cose. Il vero potere non ha bisogno di tracotanza, barba lunga, vocione che abbaia. Il vero potere ti strozza con nastri di seta, garbo, intelligenza.”

Eppure, secondo me, sta tutta qui l’essenza di come si possa descrivere in maniera perfetta un uomo di potere che nel bene o nel male, ha rappresentato buona parte della nostra Storia repubblicana.

Giorgio Napolitano ha affermato: “Sarà la storia a giudicarlo”.

Siccome non credo che, anche in questo caso, riusciremo a vederci chiaro, preferisco che ci pensi il buon Dio a giudicare.

 

L’Aquila, per non lasciarli soli.

Il terremoto del 2009 a L’Aquila aveva portato una solidarietà sia a livello nazionale che a livello internazionale consentendo anche con la mossa dell’allora Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, di organizzare il G8: memorabile la presenza di Barack Obama tra le macerie della città abruzzese.

Arrivarono, come sempre, tante promesse.

Dopo 4 anni che cosa succede oggi nella Città ferita dal terremoto?

E’ stato il Financial Times a farsi queste domande e a fare riaccendere i riflettori su una Città fantasma e abbandonata a se stessa dallo Stato.

Il Sindaco dell’Aquila Massimo Cialente è consapevole di come l’Aquila rischi di morire lentamente giorno dopo giorno.

E su come la burocrazia e le mancanze di risposte da parte delle istituzioni siano colpevoli della situazione di degrado e abbandono in cui si trova in questo momento l’Aquila.

Bisogna tornare ad accendere i riflettori, come 4 anni fa, pena la morte inesorabile di questa bellissima Città.

Lo dobbiamo agli abitanti dell’Aquila, che ci hanno insegnato da 4 anni a questa parte il valore immenso della dignità di questi abitanti.

“Lasciateci morire in pace” afferma il Sindaco Massimo Cialente, vittima della paralisi economica e politica dell’Italia di oggi.