Se la classe dirigente viene scelta “ad minchiam”

Mi ricordo che quando iniziai a studiare, pensavo sempre che le persone si dividessero fondamentalmente in due categorie: le persone da cui apprendere ed imparare e le persone semplicemente da evitare come la pesta bubbonica.

Poi nel corso degli anni, anche se in maniera assai relativa, ho appreso che forse dividere tutto in maniera così netta, o bianco o nero, non fosse poi il modo migliore per affrontare le cose della vita.

A malincuore, ho cominciato ad affacciarmi, alle zone grigie, a qualcosa di indefinito per me, che fosse difficilmente omologabile.

Me ne sono pentito in fretta. Faccio una fatica maledetta a scendere a compromessi: anzi, diciamo, che non ci scendo e basta.

Ho sempre pensato che il merito, la capacità, l’intelligenza fossero elementi distintivi per scegliere ed essere scelti dalla società, il “materiale umano” che avrebbe formato la nostra classe dirigente: nei luoghi di lavoro, nei partiti politici, nell’amministrazione pubblica e, in ogni dove. Senza se e senza ma.

L’esperienza di vita mi ha fatto capire che non era così.

In questi ultimi 20 anni abbiamo assistito ad un appiattimento generale in ogni ambito della vita del Paese, nessun escluso.

Partiamo dalla politica: pensare di rimpiangere la Prima Repubblica mi era sembrato da sempre, un eccesso di pazzia, un indecente “amarcord”.

Eppure, mi è successo spesso. Incredibile?

In questi ultimi anni nell’arena politica quanti personaggi ci sono “piovuti dal cielo” che vogliono far passare pure per grandi statisti e, noi, che li accettiamo, senza chiederci da dove provengano, chi sono, quali siano i loro CV.

Ci va bene tutto, ma proprio tutto.

Nel lavoro, ho visto carriere fulminanti da parte di personaggi alquanto discutibili: per cultura, curriculum professionali e capacità reali nello svolgimento della loro attività lavorativa.

Di contro ho visto grandi ingiustizie nei confronti di chi meritava molto di più e che, spesso, è stato messo all’angolo, perché semplicemente sapeva fare il suo lavoro e basta.

Ma questo aspetto oggi non è più sufficiente come in passato: prima sapevi fare il tuo mestiere e, per quello venivi rispettato, anche se eri uno che criticava, affrontava i problemi e le questioni a viso aperto.

Oggi, la politica dello “yes man” vince su tutto.

L’idea del capo non si discute, è legge, anche se, oggettivamente, fa davvero cagare.

Non è più come prima, il refrain era: “tengo famiglia”, oggi il gingle che senti è: “obbedisco”.

L’importante è non avere mai una tua opinione, anzi se ce l’hai deve essere omologata a quella che ti hanno detto di dire.

Che mediocrità, ragazzi.

Che voglia di dissentire, argomentare, scontrarsi sulle metodologie per trovare soluzioni alternative magari ottimali e migliori, nate da una critica che possa “costruire” una verità alternativa e molto più valida di chi l’ha elaborata: se il capo ha sempre ragione, spegnete i cervelli e riaccendeteli a casa, magari davanti alla tv, sempre che vi vada.

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