Omologazione.

Dovremmo partire da una considerazione all’apparenza banale, ma che analizzata in maniera più approfondita, potrebbe sollevare in noi non pochi interrogativi.

Noto, con sincero disappunto, che in questi ultimi anni, sono venuti a mancare i così detti “Personaggi”, ovvero quelle figure che con la loro personalità e il loro carisma si contraddistinguevano per doti non comuni, diverse ed originali, in ogni ambito della società.

La mediocrità di questi ultimi anni li ha pian piano annientati, soffocati, repressi, volutamente messi in disparte.

Questo non vale solo per i personaggi, per esempio, dello sport e dello spettacolo, ma anche per le persone comuni, sempre più uguali a se stesse: stesso abbigliamento, stesso linguaggio, stesso modo di comportarsi, stessa paura di essere considerati “diversi” e quindi, di essere messi in disparte.

E’ il risultato dell’omologazione, il cui significato secondo il Dizionario italiano è il seguente: “Uniformazione, adeguamento a un modello prevalente”.

Roberto Benigni in uno dei suoi spettacoli “TuttoDante” in Piazza Santa Croce a Firenze, continuava a ripetere di come nel capolavoro della Divina Commedia venisse esaltata l’unicità di ogni essere umano: ognuno di noi è unico, diverso dall’altro.

Eppure oggi, la società contemporanea detta le linee per una continua omologazione, per l’essere identificabile in una categoria sociale, in un gruppo ben definito.

In una società moderna così concepita non si va molto lontano.

O peggio, chi va molto lontano sono coloro che hanno sposato appieno questo “modus operandi”, gli omologati, termine che secondo il Dizionario italiano, significa : “Rendersi simili, omogenei ad altri, cancellando le differenze. Rendersi conforme a un modello”.

E così gli omologati, figli della società dell’omologazione sono quei personaggi che, spesso, non hanno nulla da dire, ma facendo parte dello “status quo” contemporaneo hanno il diritto di dire la loro, di partecipare attivamente alle decisioni strategiche di un Paese, di un’impresa: sono la nuova classe dirigente, i nuovi miracolati.

Sono stati scelti spesso, se non quasi sempre, senza criteri oggettivi e misurabili.

Non esiste né trasparenza, né merito.

Sono solo decisioni piovute dall’alto senza un effettivo controllo e senza porsi gli opportuni interrogativi sul perché la scelta sia ricaduta proprio su quella persona e non su altre ben più meritevoli.

Persone che si ritrovano al comando senza sapere bene il perché e altre che, loro malgrado, ne accettano passivamente la leadership ( anche sulla scelta passiva dei “sottoposti” di accettare qualunque decisione merita un approfondimento che farò in un prossimo post ).

Ma in realtà, la leadership non dovrebbe essere decisa a tavolino da qualche capetto: la leadership è innata, o ce l’hai o non ce l’hai.

E, spesso, il leader lo è solo sulla carta, ma non nella sostanza, perché proprio lo stesso gruppo che dovrebbe guidare e comandare, non lo riconosce.

E perché?

Perché é omologato.

Afferma Francesco Alberoni: “Il Capo non è colui che ha la titolarità del comando. Il Capo è colui che crea.”

In una società dell’omologazione possono esserci capi creativi?

O, seriamente, rischiamo una classe dirigente che ha unicamente la titolarità del comando, ma che essendo poco creativa verrà dimenticata presto, oppure, ricordata a lungo per aver contribuito attivamente alla decadenza della società contemporanea.

Se la classe dirigente viene scelta “ad minchiam”

Mi ricordo che quando iniziai a studiare, pensavo sempre che le persone si dividessero fondamentalmente in due categorie: le persone da cui apprendere ed imparare e le persone semplicemente da evitare come la pesta bubbonica.

Poi nel corso degli anni, anche se in maniera assai relativa, ho appreso che forse dividere tutto in maniera così netta, o bianco o nero, non fosse poi il modo migliore per affrontare le cose della vita.

A malincuore, ho cominciato ad affacciarmi, alle zone grigie, a qualcosa di indefinito per me, che fosse difficilmente omologabile.

Me ne sono pentito in fretta. Faccio una fatica maledetta a scendere a compromessi: anzi, diciamo, che non ci scendo e basta.

Ho sempre pensato che il merito, la capacità, l’intelligenza fossero elementi distintivi per scegliere ed essere scelti dalla società, il “materiale umano” che avrebbe formato la nostra classe dirigente: nei luoghi di lavoro, nei partiti politici, nell’amministrazione pubblica e, in ogni dove. Senza se e senza ma.

L’esperienza di vita mi ha fatto capire che non era così.

In questi ultimi 20 anni abbiamo assistito ad un appiattimento generale in ogni ambito della vita del Paese, nessun escluso.

Partiamo dalla politica: pensare di rimpiangere la Prima Repubblica mi era sembrato da sempre, un eccesso di pazzia, un indecente “amarcord”.

Eppure, mi è successo spesso. Incredibile?

In questi ultimi anni nell’arena politica quanti personaggi ci sono “piovuti dal cielo” che vogliono far passare pure per grandi statisti e, noi, che li accettiamo, senza chiederci da dove provengano, chi sono, quali siano i loro CV.

Ci va bene tutto, ma proprio tutto.

Nel lavoro, ho visto carriere fulminanti da parte di personaggi alquanto discutibili: per cultura, curriculum professionali e capacità reali nello svolgimento della loro attività lavorativa.

Di contro ho visto grandi ingiustizie nei confronti di chi meritava molto di più e che, spesso, è stato messo all’angolo, perché semplicemente sapeva fare il suo lavoro e basta.

Ma questo aspetto oggi non è più sufficiente come in passato: prima sapevi fare il tuo mestiere e, per quello venivi rispettato, anche se eri uno che criticava, affrontava i problemi e le questioni a viso aperto.

Oggi, la politica dello “yes man” vince su tutto.

L’idea del capo non si discute, è legge, anche se, oggettivamente, fa davvero cagare.

Non è più come prima, il refrain era: “tengo famiglia”, oggi il gingle che senti è: “obbedisco”.

L’importante è non avere mai una tua opinione, anzi se ce l’hai deve essere omologata a quella che ti hanno detto di dire.

Che mediocrità, ragazzi.

Che voglia di dissentire, argomentare, scontrarsi sulle metodologie per trovare soluzioni alternative magari ottimali e migliori, nate da una critica che possa “costruire” una verità alternativa e molto più valida di chi l’ha elaborata: se il capo ha sempre ragione, spegnete i cervelli e riaccendeteli a casa, magari davanti alla tv, sempre che vi vada.

La generazione perfetta non è la nostra

Quando si afferma che, la generazione che ci ha preceduto ha avuto più opportunità di noi, non si sbaglia.

Non si sbaglia perché come diceva una mia collega giornalista, di ritorno da un viaggio comune a Roma per seguire le elezioni politiche del 2008: “Viviamo la piramide rovesciata”.

Ed io che inizialmente non capii, le chiesi di spiegarmi che cosa intendesse dire.

“Semplicemente, caro collega, che non avremo e non potremo mai avere le stesse opportunità di vita e professionali della generazione che ci ha preceduto. In passato, anche a bassa scolarità si potevano puntare mete ben superiori rispetto ad un titolo di studio che fosse pure una semplice licenza media inferiore. Oggi ti ritrovi con laurea, master ed esperienza all’estero e sei (quasi) a spasso. Ed eccoti dunque servita la piramide rovesciata”.

Ho letto con molta attenzione ciò che ha scritto Deaglio qualche giorno fa su: “La Stampa” definendo i settantenni di oggi “La generazione perfetta” quella generazione di ragazzi che, usciti testimoni dalla fine di una guerra devastante, hanno iniziato il loro lungo ed entusiasmante percorso di vita in un continuo e costante miglioramento.

Ma dagli anni Sessanta in poi, tutto sembrava possibile, raggiungibile e a portata di mano.

Certo in Italia, il familiarismo, la raccomandazione, il conoscere qualcuno, sono stati da sempre fenomeni insiti nella nostra cultura molto attenta a valutare chi si prendeva, spesso basandosi poco sul merito e più sulle rassicurazioni che un conoscente comune poteva darti in merito alla persona che stavi per assumere.

Ma nonostante una buona dose di “figli di, raccomandati, amanti, parenti, conoscenti e amici degli amici di qualche politico o politicante che dir si voglia, anche la persona meritevole aveva un suo spazio, perché c’era tanto spazio, c’era il boom economico”.

Oggi con la crisi, se qualcuno vi dice che in Italia vanno avanti (anche) i meritevoli, fategli pure una bella pernacchia.

Perché nonostante siano aumentate le possibilità, viceversa sono diminuiti i posti vacanti, perché già colmati da chi conosce qualcuno e, dato che lo spazio è molto poco, tu anche se meritevole non ci stai più dentro a quel recinto di persone che potranno entrare a far parte di quell’ambito lavorativo e, dunque, sei fuori. E ti vedi sorpassare da raccomandati, amanti, figli di, conoscenti di chicchesia e te li ritrovi “con il coltello tra i denti” perché sanno che se prima erano lì perché tanto c’era spazio per tutti, ora che non c’è più spazio per tutti, diventano più agguerriti, ma soprattutto più cattivi, e così volano i colpi proibiti, si gioca sporco.

E comunque, quelli bravi rimangono fuori. E se sono dentro, a qualche compromesso sono dovuti scendere.

Non credete a chi vi dice che i meritevoli vengono fuori: in Italia, di certo, no.

E ripeto, in Italia, no.

Non esiste nel nostro Paese una vera e propria cultura meritocratica, che è di fondo, una componente tipica delle culture anglosassoni, non certo di quelle del sud Europa.

In  passato, anche chi ce l’ha fatta, senza appoggi e solo con le proprie forze, faceva parte della generazione perfetta e in questi tempi moderni, non potrebbe rifare lo stesso percorso di un tempo. Sarebbe impossibile. Erano altri tempi.