Trasparenza

Spesso in molti vengono accusati di essere diventati troppo “esterofili”.

O meglio, diciamo che non siamo di certo mai stati sciovinisti come i francesi, ma è altresì vero che l’orgoglio del nostro popolo non ha mai toccato livelli così bassi come in questi ultimi anni.

In effetti, non sembra esserci molto di cui andare fieri ultimamente, partendo dalla classe politica e dirigente di questo Paese.

In realtà, ciò che da sempre mi colpisce nell’analizzare la nostra situazione, sia come manchi e, di molto, trasparenza.

La trasparenza è un termine a me molto caro, insieme a Merito, che avrebbero dovuto essere, insieme all’Onestà e alla Competenza,capisaldi imprescindibili per il nostro caro e amato Belpaese.

Non è andata proprio come si sperava nostro malgrado.

Anche se credo che qualche paragone sia lecito farlo.

Partiamo dall’invio di un semplice CV.

In questo momento storico dove in moltissimi nel nostro Paese sono a caccia di un lavoro, rispondere ad un annuncio mandando via mail la propria candidatura è diventato anch’esso un lavoro quotidiano.

Molti disoccupati mi raccontano di come trascorrano le loro giornate ad inviare ( invano ) il proprio CV, in Italia e all’Estero.

In Italia, una volta mandato il proprio CV, la risposta non arriva ( quasi ) mai.

Perché?

Avete mai provato a mandare un CV in un Paese estero?

Anche quando non interessati alla vostra candidatura, vi fanno sempre la cortesia professionale di rispondere e di ringraziare per la Vostra application nonostante il profilo non risulti in linea con la loro ricerca.

E in Italia? Non sempre, quasi mai possiamo azzardare.

E mi chiedo: come cercate lavoro?

Centri per l’impiego, agenzie interinali o cos’altro?

O tira ancora tanto la cara e vecchia conoscenza?

Ciò che mi colpisce è come in Italia, spesso, manchino criteri oggettivi e misurabili per valutare la candidatura per un posto da assegnare in un’Azienda e non fare in modo che, chi non venga assunto per quella posizione professionale, possa cominciare a “pensar male”.

Sarà davvero più competente, professionale e meritevole di altri, il “prescelto”?

Mettendosi anche dall’altra parte della barricata ci si rende conto di come non sia facile scegliere i candidati, questi signori hanno l’arduo compito di farsi un’idea su di voi, sia come persona che come professionista e, ne sono certo, è un lavoro difficile.

Ciò che non mi convince e, non mi convincerà mai, è l’utilizzo di scorciatoie grazie alle quali molte persone si ritrovano, “paracadutate” senza troppa fatica, a ricoprire un ruolo che avrebbe, senz’ombra di dubbio alcuno, meritato qualcun altro.

Ed è questo il vero declino di un Paese, pensare che una persona più adatta a ricoprire un qualsiasi ruolo professionale, possa essere nel terzo millennio ancora scavalcato da chi ha più conoscenze.

Questo non l’accetterò mai.

Annunci

Omologazione.

Dovremmo partire da una considerazione all’apparenza banale, ma che analizzata in maniera più approfondita, potrebbe sollevare in noi non pochi interrogativi.

Noto, con sincero disappunto, che in questi ultimi anni, sono venuti a mancare i così detti “Personaggi”, ovvero quelle figure che con la loro personalità e il loro carisma si contraddistinguevano per doti non comuni, diverse ed originali, in ogni ambito della società.

La mediocrità di questi ultimi anni li ha pian piano annientati, soffocati, repressi, volutamente messi in disparte.

Questo non vale solo per i personaggi, per esempio, dello sport e dello spettacolo, ma anche per le persone comuni, sempre più uguali a se stesse: stesso abbigliamento, stesso linguaggio, stesso modo di comportarsi, stessa paura di essere considerati “diversi” e quindi, di essere messi in disparte.

E’ il risultato dell’omologazione, il cui significato secondo il Dizionario italiano è il seguente: “Uniformazione, adeguamento a un modello prevalente”.

Roberto Benigni in uno dei suoi spettacoli “TuttoDante” in Piazza Santa Croce a Firenze, continuava a ripetere di come nel capolavoro della Divina Commedia venisse esaltata l’unicità di ogni essere umano: ognuno di noi è unico, diverso dall’altro.

Eppure oggi, la società contemporanea detta le linee per una continua omologazione, per l’essere identificabile in una categoria sociale, in un gruppo ben definito.

In una società moderna così concepita non si va molto lontano.

O peggio, chi va molto lontano sono coloro che hanno sposato appieno questo “modus operandi”, gli omologati, termine che secondo il Dizionario italiano, significa : “Rendersi simili, omogenei ad altri, cancellando le differenze. Rendersi conforme a un modello”.

E così gli omologati, figli della società dell’omologazione sono quei personaggi che, spesso, non hanno nulla da dire, ma facendo parte dello “status quo” contemporaneo hanno il diritto di dire la loro, di partecipare attivamente alle decisioni strategiche di un Paese, di un’impresa: sono la nuova classe dirigente, i nuovi miracolati.

Sono stati scelti spesso, se non quasi sempre, senza criteri oggettivi e misurabili.

Non esiste né trasparenza, né merito.

Sono solo decisioni piovute dall’alto senza un effettivo controllo e senza porsi gli opportuni interrogativi sul perché la scelta sia ricaduta proprio su quella persona e non su altre ben più meritevoli.

Persone che si ritrovano al comando senza sapere bene il perché e altre che, loro malgrado, ne accettano passivamente la leadership ( anche sulla scelta passiva dei “sottoposti” di accettare qualunque decisione merita un approfondimento che farò in un prossimo post ).

Ma in realtà, la leadership non dovrebbe essere decisa a tavolino da qualche capetto: la leadership è innata, o ce l’hai o non ce l’hai.

E, spesso, il leader lo è solo sulla carta, ma non nella sostanza, perché proprio lo stesso gruppo che dovrebbe guidare e comandare, non lo riconosce.

E perché?

Perché é omologato.

Afferma Francesco Alberoni: “Il Capo non è colui che ha la titolarità del comando. Il Capo è colui che crea.”

In una società dell’omologazione possono esserci capi creativi?

O, seriamente, rischiamo una classe dirigente che ha unicamente la titolarità del comando, ma che essendo poco creativa verrà dimenticata presto, oppure, ricordata a lungo per aver contribuito attivamente alla decadenza della società contemporanea.